Dallo scoppio della pandemia, la sperimentazione clinica di medicinali in pazienti con Covid-19 ha fornito diverse indicazioni sulla terapie da utilizzare nel trattamento dell’infezione da coronavirus. Fin dalle prime fasi, diversi farmaci sono stati ricollocati, ossia utilizzati al di fuori delle indicazioni per cui sono registrati, essendo Sars-Cov-2 un nuovo patogeno e la malattia che determina senza terapie specifiche. Più trattamenti hanno mostrato di non essere efficaci nel controllo dell’infezione mentre altri hanno dato prova di contrastare alcune delle complicazioni più importanti della malattia.

Scartati antivirali contro HIV e clorochina

Rispetto ai primi mesi, lo standard di cura è cambiato molto – ha commentato Nicola Magrini, direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (AIFA) in un intervento ad Agorà su Rai3 – . Ad esempio i farmaci per l'Aids abbiamo visto che non sono da utilizzare, perché troppo pesanti per i pazienti. Anche la clorochina non ha mostrato dati positivi”. Al trattamento con clorochina e idrossiclorochina, in particolare, i ricercatori hanno associato tassi più elevati di problemi cardiovascolari, inclusi la cardiomiopatia, la tachiaritmia ventricolare, aritmie e insufficienza cardiaca nei pazienti trattati. Situazione analoga per quanto riguarda l'associazione lopinavir/ritonavir autorizzata per il trattamento dell'HIV che non è stata associabile ad un beneficio clinico rispetto alla terapia ordinaria.

Cortisone e eparina cardine della terapia

D’altra parte, conferme importanti sono arrivate da alcuni farmaci – come il desametasone e l'eparina – che hanno indicato di poter ridurre la progressione verso esiti clinici peggiori o fatali della malattia da coronavirus. “Il cortisone rappresenta oggi uno dei cardini della terapia – uno studio inglese ha dimostrato che riduce la mortalità – e l’eparina è diventato altro pilastro del trattamento” ha aggiunto Magrini.

Quanto invece a remdesivir, l’antivirale contro l’ebola autorizzato in Europa contro le forme gravi di Sars-Covid-2,  “c’è stato un primo studio, pubblicato forse troppo presto, fatto negli Stati Uniti che indicava efficacia discreta. Il nuovo studio reso noto venerdì, ma non ancora pubblicato in rivista, come vogliamo che sia per vedere i dati, riduce le aspettative sulla riduzione della mortalità. Può essere un farmaco potenzialmente aggiuntivo ma vogliamo vedere cosa fa in aggiunta al cortisone. Servono ulteriori studi probabilmente”.

Plasma iperimmune

Diversa la situazione della terapia con il plasma iperimmune che attualmente non fa parte degli standard di cura disponibili contro Covid-19. Sulla terapia, basata sugli anticorpi contenuti nel plasma derivato dal sangue dei pazienti guariti dall’infezione “gli Stati Uniti hanno pubblicato la scorsa settimana dei dati relativi a 4.000 pazienti trattati col plasma e hanno detto che ancora non sappiamo se funziona e in chi. Se funziona è probabile che funzioni poco e solo in alcune categorie”.

In Italia, il protocollo di studio per il trattamento dei pazienti Covid-19 con il plasma iperimmune di cui parlavamo anche qui, ha arruolato ancora pochi pazienti in una decina di centri finora attivi. “Lo studio sta ancora reclutando pazienti. Come per altri farmaci in sperimentazione, si tratta di uno studio randomizzato, ovvero in cui un gruppo di pazienti prende il farmaco e l'altro no. Attualmente ha arruolato 150 pazienti, ma penso che si debba arrivare a 500 per avere evidenze scientifiche della sua efficacia e su quali pazienti è efficace”.