Trionfo della Morte (1446), affresco staccato
in foto: Trionfo della Morte (1446), affresco staccato

Da quando il coronavirus è diventato una minaccia, sono in tanti a domandarsi quando finirà quest’epidemia. Secondo gli storici, le pandemie in genere hanno due diverse conclusioni: quella medica, che si realizza quando cala l’incidenza e si riduce il tasso di mortalità, e quella sociale, che avviene quando si esaurisce la paura di essere contagiati. “Le persone che chiedono ‘Quando finirà?’ si riferiscono alla fine sociale” dice in un’intervista a The New York Times il dott. Jeremy Greene, storico della medicina presso la Johns Hopkins University di Baltimora. In sostanza, la fine di un’epidemia può verificarsi non perché quella determinata malattia è stata sconfitta ma perché le persone si stancano dell’atteggiamento di panico e imparano a convivere con il virus. Anche Allan Brandt, uno storico di Harvard, ritiene che qualcosa di simile stia accadendo con Covid-19: “Molte domande sulla fine dell’epidemia sono determinate non da dati medici e di salute pubblica ma da processi sociopolitici”. Secondo quanto riporta Dora Vargha, una storica dell’Università di Exeter, in Inghilterra, le conclusioni delle epidemie “sono molto, molto disordinate” perché, riguardo al passato, “abbiamo una narrazione limitata”.

Come sono finite le pandemie del passato?

Come premesso, il panico e la paura della malattia sono aspetti caratteristici di un’epidemia che si possono presentare anche senza che si verifichi un solo caso di infezione.  Lo sa bene la dott.ssa Susan Murray del Royal College of Surgeons di Londra che, nel 2014, lavorava in un ospedale irlandese. Nei mesi precedenti, oltre 11.000 persone erano morte di ebola nell’Africa occidentale e, nonostante in Irlanda non ci fossero casi, la paura era palpabile. “Per strada e nei reparti, le persone sono ansiose – ha recentemente ricordato Murray al New England Journal of Medicine – . Avere la pelle di colore diverso è sufficiente per essere guardati di sbieco dai passeggeri di un autobus o di un treno. Basta un solo colpo di tosse, per farli allontanare”.

Malattia da virus ebola

Gli operatori dell’ospedale di Dublino, racconta, erano stati avvertiti di prepararsi al peggio. “Erano terrorizzati e preoccupati per la mancanza di equipaggiamento protettivo” e, quando un giovane arrivò al Pronto soccorso da un paese con pazienti affetti da ebola, né infermieri né medici vollero avvicinarsi a lui. Soltanto la dottoressa Murray provò a curarlo ma il cancro che lo devastava era così avanzato che la sola cosa che poteva fare era fornirgli cure di conforto.

I test confermarono che il paziente non aveva l’ebola ma, nel giro di un’ora dall’esito degli esami, l’uomo morì. Tre giorni dopo, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dichiarò l’epidemia di ebola finita. “Se non siamo preparati a combattere il timore e l’ignoranza in modo attivo e ponderato nella stessa misura con cui combattiamo qualsiasi virus, è possibile che la paura possa fare un danno terribile alle persone vulnerabili, anche in luoghi dove non si è mai verificato un singolo caso di infezione. È un’epidemia di paura che può avere conseguenze molto peggiori se complicata da problemi di razza, privilegi e linguaggio”.

La peste bubbonica

Altro capitolo di questa rassegna è dedicato alla pandemia di peste che ha colpito più volte nel corso di duemila anni. La malattia, causata da un ceppo di batteri, lo Yersinia pestis, in seguito al morso delle pulci che vivono sui ratti, e dal XIV secolo nota anche come la Morte Nera, poteva essere trasmessa anche da una persona infetta attraverso le goccioline respiratorie. Per questo motivo non era possibile sradicarla uccidendo i topi.

Gli storici descrivono tre grandi ondate di peste – spiega Mary Fissell, storica del Johns Hopkins – : la cosiddetta Peste di Giustiniano, nel VI secolo, l’epidemia medievale, nel XIV secolo, e la pandemia medievale che ha colpito alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo” che segnarono profondamente il corso della storia. La Pandemia di Giustiniano, considerata la prima pandemia del passato e descritta con dovizia di particolari dallo storico Procopio di Cesarea, colpì duramente Costantinopoli nel 541 e, dalla capitale bizantina, si propagò in tutta l’area del Mediterraneo fino al 750 circa, causando dai 50 ai 100 milioni di morti.

L’epidemia medievale di peste si generò invece negli Anni ‘30 del XIV secolo in Cina, diffondendosi in Europa a partire dal 1346. La malattia, insieme alla guerra civile che all’epoca imperversava nell’Asia centrale, uccise metà della popolazione cinese. Da quei territori, la peste si spostò lungo le rotte commerciali verso l’Europa, l’Africa settentrionale e il Medio Oriente, causando la morte di almeno un terzo della popolazione europea tra il 1347 e il 1351. In Italia, a Siena, morì metà della popolazione. “È impossibile per la lingua umana raccontare la terribile verità” scrisse “il Grasso” Agnolo di Tura, cronista italiano de “La Cronica Sanese” in quegli anni. “In effetti, colui che non vede una tale orribilità può essere definito benedetto”.  Gli infetti, testimoniò, “presentano rigonfiamenti all’inguine e sotto le ascelle, e cadono mentre parlano”. A Firenze, scrisse Giovanni Boccaccio nel Decameron, “oltre a centomilia creature umane si crede per certo dentro alle mura essere stati di vita tolti”.

L’epidemia provocò un enorme mutamento nella società dell’Europa medievale e furono necessari diversi secoli perché si ritornasse alla densità di popolazione precedente al crollo demografico. La pandemia finì, ma la peste colpì ancora, con vari gradi intensità e mortalità, fino al XIX secolo. Uno dei peggiori focolai scoppiò in Cina nel 1855 e si diffuse in tutto il mondo, uccidendo oltre 12 milioni di persone nella sola India. “Le autorità sanitarie di Bombay bruciarono interi quartieri per cercare di liberarli dalla peste. Nessuno sapeva se questo potesse fare la differenza” ha dichiarato Frank Snowden, storico della Yale University, nel Connecticut.

Non è chiaro che cosa abbia fermato la peste bubbonica. Alcuni studiosi ritengono che il freddo abbia ucciso le pulci portatrici della malattia, ma questo “non avrebbe interrotto la diffusione per via respiratoria” ha osservato Snowden. Ad arrestarla, potrebbe essere stato un cambiamento nei topi, poiché nel XIX secolo non era più trasportata dai ratti neri ma da quelli marroni, che sono più forti e hanno maggiori probabilità di vivere lontano dagli umani. Un’altra ipotesi è che il batterio che causò la malattia si sia evoluto, facendo diventare la peste meno mortale. Ad aver contribuito a placare l’epidemia potrebbero anche essere state le azioni intraprese per contrastarla, come l’incendio dei villaggi.

Tuttavia, “la peste non è mai andata via”. Negli Stati Uniti, le infezioni sono endemiche, avvengono tra cani che vivono nelle praterie a Sud-Ovest e la malattia può essere trasmessa anche alle persone. Lo stesso dott. Snowden ha riportato che uno dei suoi amici è stato infettato dopo un soggiorno in un hotel del Nuovo Messico. Il precedente occupante della sua stanza aveva un cane che aveva le pulci che trasportavano il batterio. Sono casi rari, che oggi possono essere trattati con successo con antibiotici, ma qualsiasi segnalazione di peste suscita paura.

Vaiolo, il virus eradicato

Tra le grandi epidemie che hanno raggiunto una fine medica, c’è quella del vaiolo umano, scomparso per diversi motivi: innanzitutto perché esiste un vaccino efficace che offre protezione per tutta la vita; poi perché il virus del vaiolo, il Variola virus, non ha un ospite animale, per cui eradicare la malattia nell’uomo significa debellarla completamente; e perché i sintomi sono così insoliti che la sua diagnosi clinica è evidente, permettendo così una quarantena efficace degli infetti e la tracciatura i contatti.

Quando però imperversava, quella di vaiolo è stata un’epidemia orribile che ha spazzato il mondo per oltre tremila anni. Gli individui infetti sviluppavano grave malessere generale, febbre e un’eruzione cutanea con lesioni che diventavano pustole nei giorni successivi. La malattia ha ucciso tre persone su dieci, spesso dopo grandi sofferenze. Le prime evidenze attendibili di vaiolo risalgono a scritti medici dell’India antica e della Cina, databili almeno al 1500 e 1122 a.C., e allo studio sulla mummia del faraone egiziano Ramses V.

Dopo quasi duemila anni, nel 1633, un’epidemia tra i nativi americani “sconvolse tutte le comunità native del Nord-Est e favorì la colonizzazione inglese in Massachusetts” ha affermato il dott. David S. Jones, altro storico di Harvard. Uno dei primi governatori della colonia di Plymouth, William Bradford, descrisse la malattia nei nativi americani, dicendo che le pustole restavano letteralmente incollate sul lenzuolo dove i pazienti giacevano. “Quando si girano, un intero lato si strapperà via e sarà pieno di sangue, il più spaventoso che si tema di vedere”.

L’ultima persona a contrarre il vaiolo è stata Ali Maow Maalin, un cuoco e operatore sanitario dell’ospedale di Merca, in Somalia, nel 1977. Si riprese completamente, per poi morire di malaria durante le vaccinazioni contro la poliomielite, nel 2013.

L’influenza spagnola

L’influenza del 1918, ritenuta la prima delle pandemie del XX secondo che coinvolgono il virus H1N1, è oggi un esempio dell’importanza della quarantena e delle misure di distanziamento sociale. Arrivò a infettare circa 500 milioni di persone su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi, uccidendone 50-100 milioni. Era l’autunno del 1918 quando il dott. Victor Vaughan, un medico statunitense al servizio dell’esercito americano, fu inviato al campo militare di Fort Devens, nel Massachusetts, per riferire di un’influenza che stava infuriando in quella zona.

Una volta sul posto, vide “centinaia di vigorosi giovani con l’uniforme indosso che entrano nei reparti dell’ospedale in gruppi di dieci o più. Vengono ammassati sulle brandine fino a quando ogni letto è pieno, e altri si affollano. Diventano presto cianotici, una tosse angosciante fa apparire espettorato macchiato di sangue. Al mattino i cadaveri sono ammucchiati nell’obitorio”. Descrivendo l’andamento della malattia, riportò che il virus “dimostra l’inferiorità delle invenzioni dell’uomo, distruggendo le vite umane”.

Questa influenza, alla quale fu attribuito il nome di Spagnola perché la sua esistenza fu dapprima riportata soltanto dai giornali iberici, si diffuse rapidamente nei Paesi coinvolti nella prima guerra mondiale e, dopo una letale seconda ondata, svanì, probabilmente perché il virus subì una mutazione rapida verso una forma meno pericolosa di influenza. “È stata forse come la fiamma di un incendio che, dopo aver bruciato il legno disponibile e facilmente accessibile, si spegne” ha affermato il dott. Snowden.

Come finirà il Covid-19?

Una possibilità, affermano gli storici, è che la pandemia di coronavirus possa finire socialmente prima che termini dal punto di vista medico perché, anche se il virus continuerà a circolare, le persone potrebbero stancarsi delle restrizioni, ritenendola finita prima che si sia trovato un vaccino o un trattamento efficace. “Credo che ci sia questo tipo di problema psicologico e sociale di stanchezza e frustrazione – ritiene Naomi Rogers, storica della Yake University – . Può arrivare un momento in cui le persone dicono ‘Basta così’. Merito di poter tornare alla mia vita normale”.

Qualcosa che, in molti Paesi, sta già accadendo. Alcune autorità hanno revocato le restrizioni, permettendo la riapertura dei saloni di bellezza, di parrucchieri e palestre, e sfidando gli avvertimenti di commissioni di sanità pubblica e comitati scientifici per i quali alcuni allentamenti sono prematuri. Man mano che la crisi economica provocata dai blocchi crescerà, sempre più persone potrebbero quindi essere pronte a dire “è abbastanza”. “Adesso c’è questo tipo di conflitto” rileva la dott.ssa Rogers. La sfida, conclude lo storico Brandt, arriva perché non ci sarà una vittoria improvvisa. Cercare di definire la fine dell'epidemia “sarà un processo lungo e difficile”.