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Non c’è dubbio che la nostra società stia viaggiando verso una prospettiva open: aperti, non più chiusi, sono interi sistemi operativi e programmi messi a disposizione gratuitamente su Internet dagli sviluppatori e integrabili dagli stessi utenti. L’informazione stessa, con Wikipedia, è diventata open, libera, continuamente integrabile “dal basso”, e nonostante i suoi indubbi limiti il sistema funziona così bene che le enciclopedia “chiuse”, dalla Treccani all’Enciclopedia Britannica, sono ormai acquistate solo da chi vuol farsi una libreria elegante da esibire dietro la scrivania. Ma la rivoluzione più grande dell’era dell’accesso, come l’ha chiamata il futurologo Jeremy Rifkin, è l’open science, la scienza aperta messa a disposizione di tutti. Una rivoluzione che sta già dando i suoi frutti e promette di cambiare il mondo accelerando il ritmo della scoperta scientifica come mai prima d’ora.

Qualcosa è cambiato, nella scienza

Nel nostro immaginario, siamo abituati a pensare agli scienziati come a individui solitari, chiusi nei loro studi o nei loro uffici universitari a riempire pagine e pagine di formule, o chini sui microscopi, rintanati a compiere strani esperimenti nei laboratori, da cui escono solo in occasione di grandi convegni, quando con toni esoterici annunciano a un pubblico ristretto di loro simili le conclusioni dei propri studi. Questa era la scienza da Newton a Einstein, la scienza che ha accompagnato il progresso della civiltà fino alla metà del XX secolo. Poi, qualcosa è cambiato.

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Già nel Secondo dopoguerra si era affermata, prima in America e poi in Europa, una nuova pratica che prevedeva un maggiore coinvolgimento della comunità scientifica nella diffusione dei risultati. Gli scienziati, anche quelli più affermati, quando presentavano i resoconti delle loro ricerche alle riviste scientifiche per la pubblicazione, dovevano passare per un vaglio anonimo da parte di un loro “pari”, cioè di un altro scienziato. Accadde così che Einstein si vide tornare indietro una sua nota con delle annotazioni di un altro fisico – i due non sapevano nulla sulle loro rispettive identità – e se ne adirò, perché in Europa queste cose non si facevano. Poi scoprì che quelle annotazioni andavano a correggere un suo significativo errore. Ed ecco perché oggi il peer review è una pratica accettata dagli scienziati di tutto il mondo.

La scienza nell'era dell'open access

Ma ora, nel XXI secolo, siamo entrati in una nuova epoca. La ricerca pubblica è sempre più aperta e collettiva. Già a partire dal progetto Manhattan, che portò alla fabbricazione della prima bomba atomica, divenne evidente che i migliori risultati provenivano dalla condivisione simultanea delle ricerche da parte degli scienziati; all’epoca la cosa migliore era riunirli tutti insieme in un grande laboratorio, come quello di Los Alamos, e vedere cosa ne usciva fuori. Oggi solo ragioni tecniche costringono gli scienziati a lavorare insieme in uno stesso posto, come nei laboratori di genetica o negli acceleratori di particelle; ma il lavoro teorico può essere svolto senza mai vedersi, condividendo man mano i propri progressi via Internet. La maggior parte degli scienziati oggi firma articoli con altri colleghi che non hanno mai visto né sentito al telefono.

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Nel 1991 è stato fondato arXiv, un database che raccoglie gli articoli accettati dalle riviste scientifiche ma non ancora pubblicati, per sottoporli al vaglio informale dell’intera comunità scientifica. Un peer review esteso a livello mondiale e ancora più “open”, tanto che oggi tutte le ricerche della fisica passano attraverso arXiv e fanno parlare di sé prima ancora di essere pubblicate. Negli anni successivi altre branche delle scienze hanno adottato database simili, come PubMed Central per la biologia e la medicina e Cogprints per le scienze cognitive. In questo modo il sapere si è liberato dal peso delle costosissime riviste scientifiche, alcune delle quali – soprattutto le più blasonate e accademiche – possono costare anche un centinaio di euro a copia! Sull’onda di questi successi, nel 2001 il premio Nobel per la medicina Harold Vermus e altri biologi americani fondarono PLoS (Public Library of Science), enorme database di articoli scientifici consultabili da specialisti e profani. La novità consisteva nella gratuità della consultazione on-line garantita dai contributi finanziari forniti dalle istituzioni di ricerca sia pubbliche che private, e da fondazioni di mecenati tra cui l’Open Society Foundation del magnate George Soros.

GigaScience e la scienza 2.0

Solo pochi giorni fa è stato inaugurato su Internet GigaScience, una piattaforma open source che non si pone soltanto l’obiettivo di diventare il database di riferimento di tutti gli articoli scientifici, ma di mettere a disposizione di tutti anche i software per replicare le ricerche condotte dagli scienziati. Il primo articolo pubblicato, a firma di Stephen Beck dell’University College di Londra, non fornisce solo un resoconto sulle metodologie di ricerca per analizzare l’intero genoma della metilazione del DNA – un processo considerato alla base dell’espressione epigenetica e che ha importanti ricadute sulla ricerca sul cancro – ma mette a disposizione anche 84 gigabyte di software per compiere quelle stesse ricerche su qualsiasi computer abbastanza potente. È l’ultima frontiera della scienza, che mette a disposizione della comunità scientifica non solo i risultati, ma gli strumenti stessi per replicare gli esperimenti. Dietro GigaScience non a caso c’è “BioMedical Central”, il grande database per la ricerca biomedica, che si è alleato con l’Istituto di genomica di Pechino.

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Secondo il sociologo della scienza Massimiano Bucchi, si può oggi parlare di “Scienza 2.0”, una scienza che si è adattata a sua volta alla “Società 2.0”, la società dell’accesso e della libera condivisione delle informazioni. La open science mette in crisi il concetto stesso di comunità scientifica, allargandolo all’intera società. Un tema affrontato dal fisico e scrittore Michael Nielsen in un libro che sta facendo discutere, Le nuove vie della scoperta scientifica (pubblicato quest’anno da Einaudi), in cui non mancano esempi della “open science: dai database nei quali vengono depositate le sequenze di DNA via via mappate dai genetisti, passando per il PolyMath Project che mette insieme online matematici di tutto il mondo per trovare soluzioni a nuovi problemi, fino a Galaxy Zoo, che riunisce centinaia di migliaia di astronomi dilettanti impegnati nello studio della struttura dell’universo. Cosa ci regalerà la “open science”, è ancora presto per dirlo. Ma di sicuro non dovremo aspettare molto per scoprirlo.