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Negli ultimi anni ci siamo preoccupati forse più del dovuto di comete, asteroidi e meteoriti che potrebbero cascarci addosso, provocando un effetto simile a quello che, 65 milioni di anni fa, provocò l’estinzione dei dinosauri e di numerose altre specie animali e vegetali che allora popolavano la Terra. Così come, alla vigilia del fatidico anno 2000, Hollywood ci ha deliziati con gli scenari fantascientifici di Deep Impact e Armageddon, ora – alla vigilia dell’ennesima data fatidica, il 2012 – i giornali ci assillano con notizie su possibili asteroidi in rotta di collisione, che in realtà hanno scarsissime (se non nulle) probabilità di colpirci.

Opzione nucleare

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Ma anche nel più catastrofico degli scenari, resta una soluzione: distruggere o deviare l’orbita del meteorite facendo ricorso al nostro arsenale nucleare. Robert Weaver, scienziato dei laboratori di Los Alamos, dove venne costruita la prima bomba atomica nel corso del cosiddetto progetto Manhattan, cerca un modo migliore per impiegare la spaventosa potenza distruttiva dell’arsenale nucleare messo su nel corso della Guerra fredda dagli Stati Uniti. Per farlo, si serve del supercomputer di Los Alamos, Cielo, capace di simulare il peggiore degli scenari: un asteroide pronto a piombarci addosso. Con il dovuto preavviso, possibile grazie alla sempre più estesa rete di controlli del Near Earth Object Programme della NASA, che svolge un continuo censimento dei cieli in cerca di oggetti pericolosi, non è impossibile pensare di inviare una navicella incontro all’asteroide, in modo da deviarne l’orbita attraverso un’interferenza gravitazionale. Ma se il tempo a disposizione fosse minore, allora la nostra unica possibilità sarebbe una bella bomba atomica.

“Dal mio punto di vista, l’opzione nucleare è per un asteroide a sorpresa o una cometa che non abbiamo mai visto prima, qualcosa che fondamentalmente esce fuori dal nulla e ci concede giusto alcuni mesi per rispondere”, spiega Weaver. In mancanza di una soluzione più “elegante”, insomma, non ci resta altra soluzione che ricorrere alla forza bruta. Nelle sue simulazioni, Robert Weaver prende in considerazione una gran quantità di parametri: composizione dell’asteroide, dimensioni delle rocce che lo compongono, porosità e via dicendo. Il punto di partenza è però reale: è l’asteroide Itokawa, visitato dal lander giapponese Hayabusa nel 2005. La tecnologia per inviare un oggetto su un asteroide o una cometa esiste, dunque, e non è impossibile pensare di costruire delle sonde del genere, pronte all’uso, ed equipaggiabili con una testata termonucleare da almeno un megatone. In quel caso, non è necessario – come si vede in Deep Impact – perforare il suolo e lasciare cadere la testata al suo interno. Certo, spiega Weaver, il centro dell’asteroide o della cometa è il posto più efficace per far detonare l’ordigno, ma anche un’esplosione sulla sua superficie fa la sua figura. Nelle simulazioni di Los Alamos, infatti, indifferentemente dal luogo della detonazione, il corpo celeste viene distrutto in maniera sufficiente a minimizzarne la minaccia. A quel punto, dunque, tanto vale immaginare missioni più semplici che prevedano un semplice rendez-vous con l’asteroide e successiva detonazione.

Un asteroide in mille pezzi

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In gergo si chiama contact burst e non necessariamente deve avvenire sulla superficie vera e propria. Per esempio Itokawa era ricoperto di un spesso strato di regolite, polvere simile a sabbia, profondo fino a 10 metri, sotto il quale potrebbe andare facilmente a infilarsi la sonda, prima di far denotare il suo contenuto. Poiché un asteroide non è un pezzo di roccia compatta, ma di solito l’aggregato di una vasta serie di rocce minori tenute insieme, un’esplosione riesce a provocare una deflagrazione generale che manda letteralmente in mille pezzi l’asteroide, evitando il rischio di spaccarlo semplicemente in due, cosa che potrebbe non metterci al riparo da un impatto devastante. Non c’è nemmeno il rischio che le rocce si riassemblino sotto l’effetto della gravità, rendendo l’esplosione ininfluente. Le simulazioni mostrano infatti che i vari pezzi schizzano via a una velocità sorprendentemente alta, superiore alla velocità di fuga, cioè a quella velocità al di sotto della quale la forza di attrazione gravitazionale ha la meglio. Nella fattispecie, la velocità di fuga per un asteroide come Itokawa è meno di un centimetro al secondo. L’esplosione imprime invece ai diversi frammenti una velocità da uno a dieci metri al secondo, significativamente superiore.

Il prossimo passo sarà quello di eseguire le simulazioni su una minaccia ancora peggiore, quella di un corpo della grandezza del meteorite che uccise i dinosauri. Itokawa è grande appena 300 metri, mentre 65 milioni di anni fa ci colpì qualcosa della grandezza stimata in circa 10 chilometri di diametro! Tutt’altra roba, per la quale sarà necessaria una migliore potenza di calcolo: per questo le prossime simulazioni saranno realizzate in collaborazione con il Lawrence Livermore National Laboratory che metterà a disposizione i propri supercomputer. La salvezza della Terra, del resto, non ha prezzo.