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Di questi tempi, l’immortalità sembra essere un chiodo fisso per molte persone. Forse perché la medicina, nonostante molti credano il contrario, è sempre più vicina a svelare i segreti della longevità, per rallentare, arrestate o magari addirittura invertire il naturale processo di invecchiamento. E forse perché sempre più “guru” e futurologi ci promettono che la nostra esistenza cambierà completamente di qui a pochi decenni, offrendoci tra le altre cose il dono di una vita quasi eterna. Ma se esistesse un aldilà, il fatto di diventare immortali o comunque di procrastinare a lungo la nostra dipartita non potrebbe essere in fatale contraddizione? Per rispondere a questa domanda, un filosofo americano ha ricevuto un grant, un finanziamento di cinque milioni di euro da parte di una fondazione privata.

Studiare la vita oltre la morte

La Templeton Foundation non è nuova a elargizioni così significative per progetti di carattere prettamente filosofico. Istituita dal filantropo Sir John Templeton, miliardario grazie a speculazioni di borsa e investimenti di successo, ma con il pallino delle grandi domande sulla vita e l’universo, ogni anno premia con un assegno di 1 milione di sterline (più del Nobel) la personalità che ha più contribuito a estendere la nostra comprensione dell’essenza dell’universo. La Templeton ha premiato, nel corso degli anni, tanti grandi nomi, tra filosofi, scienziati di primissimo livello e personalità come il Dalai Lama, che ha ricevuto il premio quest’anno. Ma, tra le altre cose, la Templeton finanzia altrettanto se non più generosamente gruppi di ricerca sulle “big questions”, le grandi domande esistenziali. E tra queste c’è sicuramente un quesito: possiamo essere immortali? E naturalmente tutto ciò che ne consegue: esiste l’aldilà? Se sì, com’è? E se conseguissimo l’immortalità, questo entrerebbe in contrasto con l’esistenza di un Dio creatore?

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A cercare di rispondere a queste domande sarà John Martin Fischer, docente di filosofia all’Università della California a Riverside, che ha ottenuto un finanziamento di 5 milioni di dollari per tre anni per il suo “Immortality Project”. Lo studioso, filosofo molto considerato nell’ambiente americano, è soprattutto noto per le sue ricerche sul tema del libero arbitrio, uno dei concetti chiave della filosofia esistenzialista e della teologia. Fischer non studierà il modo di ottenere l’immortalità, ambito di ricerca che non gli compete, non essendo uno scienziato. Si concentrerà soprattutto su due temi: quello dell’aldilà e quello di come reagiremmo all’immortalità. Nel primo ambito, la ricerca triennale si concentrerà sulle storie di “near-death experience”, in Italia note come “esperienze di pre-morte”, quelle per intenderci della luce in fondo a un lungo tunnel che alcune persone in coma sostengono di vedere, e che per alcuni sarebbe l’indizio dell’esistenza di qualcosa “dall’altra parte”.

Le grandi domande sull'immortalità

Per il preside della facoltà di Scienze umane dell’Università di California a Riverside, Stephen Cullenberg, “non c’è forse nessuno migliore di John Martin Fischer per guidare un progetto di ricerca multidisciplinare sulla questione dell’immortalità e sulle sue implicazioni sociali. Il generoso sostegno della Templeton Foundation permetterà a studiosi da tutto il mondo di venire alla nostra università per capire come la questione dell’immortalità influenzi tutte le culture, sebbene in modi diversi”. Ma Fischer mette le mani avanti: il suo approccio e quello dei suoi colleghi sarà assolutamente scientifico, privo di orientamenti religiosi specifici. Il filosofo, che si definisce non credente, chiarisce che si proverà a comprendere cosa ci sia di fondato nelle esperienze di pre-morte, e quanto queste possano essere influenzate dai contenti culturali: per esempio, se gli americani vedono una luce in fondo al tunnel, i giapponesi racconto di vedere un giardino.

Molte persone e religioni sostengono ci sia un aldilà, e ciò spesso offre alla gente una consolazione quando affrontano la morte.

John Martin Fischer
Le domande a cui John Martin Fischer intende rispondere non sono proprio di quelle che si fanno al bar: come sarebbe vivere nell’aldilà? Una noia assoluta o qualcosa di più? Ed è vero che è la morte a dare senso alla vita? Se sapessimo di vivere per sempre, virtù quali il coraggio avrebbero ancora senso? E cosa è vero: l’idea che esista un paradiso (e magari un inferno) come sostiene la tradizione giudaico-cristiana, o il concetto di reincarnazione caro alle culture orientali? E se non ci fosse nulla, dall’altra parte, potremmo riuscire a scoprirlo? “Molte persone e religioni sostengono ci sia un aldilà, e ciò spesso offre alla gente una consolazione quando affrontano la morte”, nota Fischer. “Filosofia e teologia sono modi diversi di razionalizzare le convinzioni riguardo la religioni valutandone la loro razionalità. Se si crede che esistano esseri immortali, dovremmo chiederci come si possa sopravvivere alla morte restando la stessa identica persona in un aldilà. E se si crede nella reincarnazione, come potrebbe esistere la stessa identica persona se si ricomincia senza ricordi?”.

Domande che imbarazzerebbero fior di teologi, ma che la filosofia intende affrontare senza preconcetti, e tendendo la mano alla scienza. Nel suo “Immortality Project”, Fischer vuole coinvolgere infatti non solo filosofi e teologi, ma anche scienziati. Il finanziamento coprirà soprattutto le spese dei ricercatori, inclusi gli stipendi, oltre a un sito Internet per tenersi aggiornati sugli sviluppi, l’organizzazione di due grandi convegni internazionali annuali per fare il punto sul tema e la pubblicazione di un volume dal titolo “L’immortalità e il significato della morte” che sarà edito dalla Oxford University Press. Vedremo allora, tra tre anni, se i soldi saranno stati spesi bene e se le risposte – se ce ne saranno – ci sembreranno convincenti.