In diversi casi, l’infezione provocata dal nuovo coronavirus Sars-Cov-2 può portare a una serie di sintomi che persistono nel tempo, noti come “Long Covid” o postumi di Covid-19 a lungo termine, una sindrome che può instaurarsi sia in persone che hanno avuto un’infezione lieve o moderata, sia in coloro che hanno sperimentato una forma grave di Covid-19. Trattandosi di una patologia nuova, sono ancora pochi gli studi che valutano le caratteristiche e i sintomi che la contraddistinguono, anche se alcune ricerche finora condotte, tra cui una portata avanti dal King’s College di Londra, hanno permesso di identificare alcuni dei fattori di rischio principali, indicando quali condizioni possono predisporre a una maggiore probabilità di sviluppare Long Covid e quali sono le persone più a rischio di manifestare gli effetti a lungo termine dell’infezione.

Fin dalle prime segnalazioni, alla sindrome del Long Covid è stata associata a una vasta gamma di sintomi persistenti, tra cui affaticamento, mal di testa, mancanza di respiro (dispnea) e perdita del gusto e dell’olfatto. Uno studio pubblicato lo scorso novembre sulla rivista Thorax del British Medical Journal ha indicato che più della metà dei pazienti ricoverati in ospedale con Covid-19 ha sperimentato dispnea (53%) e affaticamento (69%) nelle valutazioni di follow-up a due mesi dalla dimissione. Nel 34% dei casi, i guariti hanno continuato ad avere tosse persistente, con il 15% che ha mostrato segni di depressione. Risultati in parte confermati dai dati preliminari di una recente analisi condotta attraverso l’app Covid Symptom Study che evidenziano sintomi di Covid-19 per oltre 28 giorni nel 13% delle persone, con il 4% che ha riportato ulteriori problemi di salute dopo più di 56 giorni.

Tra i fattori di rischio indicati dal recente studio dei ricercatori del King’s College di Londra è inoltre emerso che le persone con una forma di Covid-19 caratterizzata da almeno cinque sintomi nella prima settimana (come tosse, affaticamento, mal di testa, diarrea e perdita dell’olfatto) sono esposte a un maggior rischio di Long Covid. Anche l’età avanzata sembra poter essere un fattore di rischio, oltre che l’appartenere al genere femminile oppure avere un indice di massa corporea più alto. Dati, questi ultimi, non ancora sottoposti a revisione paritaria, così come quelli di un’altra indagine che suggerisce il ruolo dell’infezione da Sars-Cov-2 a carico dei diversi apparati, evidenziando la presenza di danni multiorgano (25%), al cuore (32%) ai polmoni (33%) e ai reni (12%) nei soggetti guariti ma solo in piccola parte (18%) ricoverati in ospedale per Covid-19.

Di più difficile comprensione, invece, è il sintomo dell’affaticamento. Un altro recente studio pubblicato sulla rivista Plos One indica che la fatica persistente riguarda più della metà dei guariti e non sembra correlata alle forme gravi di Covid-19. Inoltre, alcuni test hanno mostrato che i guariti non avevano livelli elevati di infiammazione, suggerendo che i sintomi di affaticamento non erano provocati dal persistere dell’infezione o da un’eccessiva risposta del sistema immunitario.

Mentre gli uomini sono esposti a un maggior rischio di sviluppare una forma grave di Covid-19, le donne sembrano essere più colpite dalla sindrome post-Covid  – ha osservato in un articolo su The Conversation il professor Frances Williams del King’s College di Londra – . Il recettore ACE2 che il coronavirus Sars-CoV-2 utilizza per legare le cellule umane e penetrare al loro interno è presente non solo sulla superficie delle cellule respiratorie, ma anche sulle cellule di molti organi che producono ormoni, tra cui la tiroide, le ghiandole surrenali e le ovaie. Essendo alcuni sintomi di Long Covid sovrapponibili a quelli della menopausa, i farmaci per la terapia ormonale sostitutiva potrebbero in tal senso rappresentare una strada per ridurre l’impatto della sindrome post-Covid”.