Un’altra variante del coronavirus, nota come B.1.525 e chiamata anche “scozzese” ma arriva dalla Nigeria, è stata recentemente inclusa nell’elenco delle varianti sotto osservazione (Variant Under Investigation, VUI) dal Public Health England (PHE), l’agenzia esecutiva del Dipartimento della Sanità del Regno Unito che, nel giro di due settimane, ha visto raddoppiare le segnalazioni, da 32 casi individuati a metà febbraio agli attuali 64.

La variante B.1.525 a livello globale

Anche in Danimarca, dove si contavano poco più di trenta casi, le segnalazioni inserite nel database dei genomi, chiamato Gisaid, sono passate a 75, così come in Nigeria, salita a quota 49 casi, un quarto del totale di sequenze prodotte nel Paese africano. Nel frattempo, altri Paesi hanno inserito almeno un genoma di questa variante nel database online: dopo Stati Uniti d’America, Francia, Spagna, Canada, Belgio, Finlandia e Australia, la variante è stata isolata anche in Giappone, Svizzera, Germania e nella Repubblica d’Irlanda. In Italia è stata individuata la prima volta lo scorso 16 febbraio dall’Istituto Pascale e dall’Università Federico II di Napoli e attualmente sono stati segnalati 9 casi, di cui un paio nella provincia di Varese.

Conteggio cumulativo delle sequenze di B.1.525 nel tempo / Gisaid
in foto: Conteggio cumulativo delle sequenze di B.1.525 nel tempo / Gisaid

Come molte altre varianti, anche la B.1.525 si sta dunque diffondendo a livello globale, finora rintracciata in 19 Paesi da quando, secondo una dichiarazione dello scorso 19 febbraio del Nigeria Center for Disease Control, il genoma virale è stato rilevato per la prima volta in un campione raccolto il 23 novembre 2020 da un paziente dello Stato di Lagos, sebbene il primo risultato inserito nel database risalga al 15 dicembre 2020, quando la nuova versione mutata di Sars-Cov-2 è stata identificata nel Regno Unito.

Come premesso, al momento la variante B.1.525 non risulta come “Variant of Concern (VOC)”, cioè tra le varianti di preoccupazione che, per adesso, sono la inglese (B.1.1.7), la sudafricana (501Y.2) e la brasiliana (B.1.1.28 rinominata P.1), oltre alla seconda variante inglese (B.1.1.7 con E484K) che presenta la mutazione E484K, una sostituzione che si trova anche nella variante “scozzese” B.1.525.

Le mutazioni più insidiose

Questa stessa mutazione è stata identificata sia nella variante sudafricana sia in quella brasiliana e, pur non essendoci ancora precise informazioni su quale sia l’effetto in B.1.525, ci sono prove crescenti che E484K possa avere un impatto sull’efficacia degli attuali vaccini anti-Covid. Questo perché la sostituzione è localizzata nel sito di legame del recettore (RBD) della proteina Spike, ovvero la glicoproteina di superficie che Sars-Cov-2 utilizza per legare le cellule umane e penetrare al loro interno, sfruttata come bersaglio nei vaccini per indurre la produzione di anticorpi neutralizzanti. È quindi possibile che questa variazione sia associata alla capacità del virus di sfuggire alla risposta immunitaria indotta dalla vaccinazione o da precedenti infezioni del virus originario, come suggerito anche da un crescente numero di prove recentemente riassunte in un articolo su Nature.

Oltre alla E484K, nella variante B.1.525 sono presenti altre mutazioni, tra cui la sostituzione Q677H che gli scienziati hanno rilevato anche in alcune varianti emerse negli Stati Uniti, suggerendo che possa conferire al virus un vantaggio selettivo, anche se la natura di questo vantaggio non è ancora stata identificata. Individuate inoltre diverse delezioni, come osservato anche nella variante inglese B.1.1.7. Una ricerca condotta dal team di Ravindra Gupta, un microbiologo clinico dell’Università di Cambridge, ha indicato che alcune di queste delezioni possono raddoppiare l’infettività di due volte negli esperimenti di laboratorio, sebbene al momento non si conoscano né l’indice di trasmissibilità della nuova variante né le altre caratteristiche determinate dalle sue mutazioni.