Il cancro alla prostata è oggi uno dei più diffusi tumori tra gli uomini in tutto il mondo, e il secondo per mortalità dopo quello al polmone. Tuttavia, non sempre è necessario intervenire chirurgicamente o tramite radio-chemioterapie. In molti casi, infatti, il tumore è poco aggressivo, a crescita lenta, e può restare asintomatico abbastanza a lungo da non tramutarsi nella causa di decesso del paziente. Diventa preferibile, in tali casi, evitare i gravi effetti collaterali delle terapie antitumorali, limitandosi a tenere la neoplasia sotto osservazione. Ma come capire quando intervenire o meno in un caso di diagnosi di cancro alla prostata? Secondo un team di ricercatori (tra cui due italiani) dell’Herbert Irving Compehensive Cancer Center della Columbia University di New York, è possibile riuscirci con un metodo d’indagine che analizza tre geni precisi. La scoperta è stata pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine.

Geni biomarcatori – I ricercatori hanno analizzato i geni collegati ai meccanismi dell’invecchiamento cellulare, responsabile delle naturali microlesioni dei tessuti che si accumulano con gli anni, tra cui quelle alla prostata. Generalmente tali lesioni sono benigne e non producono neoplasie, ma attraverso un algoritmo appositamente studiato è stato possibile individuare tre specifici geni sui 19 analizzati in grado di fungere da biomarcatore. Negli ultimi dieci anni, i ricercatori hanno analizzato il livello di espressione dei geni FGFR1, PMP22 e CDKN1A in un campione di 43 pazienti a cui era stato diagnosticato un cancro alla prostata a basso aggressività, scoprendo che il metodo è straordinariamente affidabile.

Successo per il primo trial – Fino a oggi il miglior metodo per determinare il grado di pericolosità di un tumore alla prostata  è il cosiddetto “Gleason Grading System”, che attraverso l’analisi al microscopio di campioni di tessuto tumorale acquisiti tramite biopsia classifica i tumori in diversi gradi. Quelli al di sotto del grado 6 sono considerati poco aggressivi. Nel corso del trial, l’analisi dell’espressione dei tre geni è stata in grado di predire correttamente i 14 pazienti su 43 che avrebbero sviluppato il tumore a uno stadio più pericoloso. Negli altri casi si è evitato di ricorrere a terapie o interventi che avrebbero fatto più male che bene. Un successo che ha permesso ai ricercatori di ottenere i finanziamenti per procedere a un trial su un numero più ampio di pazienti. Ma già da ora è possibile incorporare questo sistema nelle analisi diagnostiche per identificare il rischio dei tumori, favorendo la scelta del miglior trattamento da parte dei medici.