30 Settembre 2019
18:10

Cancro al seno aggressivo: farmaco immunoterapico funziona anche con il tumore triplo-negativo

Il farmaco immunoterapico pembrolizumab, associato alla chemiterapia, offre maggiori speranze di guarigione alle donne con tumore al seno triplo negativo, la forma aggressiva di carcinoma mammario. Vediamo insieme come funziona questo trattamento e quali risultati preliminari ha dato fino ad ora.
A cura di Zeina Ayache

L’immunoterapia con l’aggiunta della chemioterapia incrementa le probabilità di guarigione completa nella pazienti con tumore al seno triplo-negativo in fase iniziale. Questo è quanto sostengono gli scienziati in seguito ai loro test effettuati sull’efficacia dell’immunoterapia con pembrolizumab, nelle donne con la forma più aggressiva di tumore al seno. Ecco cosa c’è da sapere.

Partiamo con lo specificare che il tumore al seno triplo negativo è il sottotipo più aggressivo del carcinoma mammario e colpisce più spesso le giovani donne. In questi casi, le pazienti ricevono la chemioterapia, seguita da un intervento chirurgico per rimuovere il tumore, questa procedura fornisce maggiori probabilità di guarigione completa, il che significa che non rimangono cellule cancerose dal tumore rimosso. Le donne con una risposta patologica completa hanno una probabilità dell'85-90% di cura, mentre quelle con tessuto tumorale residuo hanno una probabilità di ricorrenza del 40-50%, che spesso si verifica entro tre anni.

Il farmaco immunoterapico studiato è il pembrolizumab che già in passato si è dimostrato efficace contro vari tipi di tumore. Il pembrolizumab è un anticorpo umanizzato che stimola la risposta del sistema immunitario contro il cancro e il suo utilizzo è stato approvato dalla Commissione Europea per trattare il melanoma avanzato. In pratica questo trattamento spinge i linfociti T a riattivarsi, dopo che il tumore li ha inibiti, per attaccare le cellule malate.

Dai test effettuati, gli esperti hanno potuto constatare che per le donne che avevano ricevuto solo la chemioterapia, la risposta patologica completa incrementava del 51,2%, per quelle che avevano ricevuto anche il pembrolizumab la percentuale saliva al 64,8%.

I risultati attuali sono del tutto preliminari, ma offrono comunque un importante spunto di riflessione sull’efficacia di questa tipologia di trattamento associata a quella ‘standard’.

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