Il cancro al rene rappresenta il nono tipo di cancro più frequente nel mondo occidentale e per questo la scoperta italiana di un biomarcatore che potrebbe permettere la diagnosi accurata e non invasiva sta già facendo il giro del mondo. Vediamo insieme i dettagli della ricerca dell'Università di Modena e Reggio Emilia (UniMoRe).

Un biomarcatore importantissimo. Ci sono voluti due anni di ricerche da parte degli scienziati dell'Unimore per riuscire a scoprire che è possible usare i glicosaminoglicani circolanti nel plasma, biomolecole molto complesse dal punto di vista della struttura, per diagnosticare accuratamente la presenza di carcinoma renale metastatico a cellule chiare. Come spiega Nicola Volpi coordinatore della ricerca “Inoltre, la presenza di queste molecole correla con la prognosi di questa forma tumorale e quindi con il probabile andamento della malattia dopo trattamento chirurgico”. Insomma grazie a questo studio possiamo sperare di ottenere non solo una diagnosi non invasiva, ma anche una prognosi più accurata.

Il futuro di questa scoperta. Il prossimo step dei ricercatori è quello di riuscire a sviluppare un test diagnostico in grado di individuare precocemente vari tipi di cancro e di predirne l'evoluzione con l'obiettivo di curarli nelle prime fasi, quando i trattamenti disponibili sono più efficaci: responsabile di questo ambizioso progetto è Francesco Gatto primo autore dello studio e nella lista “Innovators under 35 Europe 2018” della rivista MIT Technology Review.

Il cancro al rene. Il carcinoma renale a cellule chiare è la forma più comune di cancro al rene ed come dicevamo è il nono tipo di cancro più frequente nel mondo occidentale responsabile di circa 90.000 morti all'anno nel mondo. Ad oggi non esiste possibilità di diagnosticare precocemente questo tipo di cancro anche perché è in gran parte asintomatico. “Inoltre, si stima che al momento della diagnosi il 20-40% di tutti i casi siano già allo stadio metastatico, che è considerato invariabilmente incurabile. Il trattamento chirurgo viene generalmente effettuato su pazienti non metastatici. Tuttavia, circa il 20% di tutti questi casi manifesta recidiva entro 5 anni dall'intervento chirurgico, presentando metastasi con ulteriori cure limitate” concludono gli esperti.