Elevati livelli di estrogeni nel grembo materno incrementano il rischio di autismo nel bambino, questa è l’importante scoperta a cui sono arrivati gli esperti che da 20 anni ormai studiano la teoria degli steroidi sessuali prenatali sullo sviluppo di questa condizione. Vediamo insieme come i ricercatori siano giunti a questa scoperta e cosa ci dice sull’autismo.

Lo studio. Per giungere alle loro conclusioni, gli scienziati hanno analizzato il liquido amniotico raccolto da 98 persone che hanno messo al mondo bambini con autismo, al fine di valutarne i livelli di estrogeno, l’estrogeno è un ormone sessuale prodotto dalle ovaie che è tipicamente femminile. I dati raccolti hanno permesso di scoprire che i campioni dei feti che successivamente hanno sviluppato l’autismo, i livelli di estrogeni erano decisamente più alti rispetto a quelli dei campioni di 177 feti senza autismo.

Autismo ed estrogeni. I risultati degli esperti dimostrano dunque che alti livelli di estrogeni in fase prenatale sono predire il rischio per il feto di sviluppare l’autismo. E non è tutto.

Autismo e androgeni. Studi passati si sono concentrati sui livelli di androgeni, cioè gli ormoni sessuali maschili. Le ricerche hanno dimostrato che i soggetti con livelli più alti di androgeni rischiavano di più di sviluppare autismo. E non solo. Gli androgeni spesso vengono prodotti in maggiore quantità nei feti maschi e mascolinizzano parte del cervello influenzano il numero di connessioni tra le cellule cerebrali: questo spiegherebbe dunque perché l’autismo sia più diffuso tra i maschi. In merito a questo, gli scienziati hanno scoperto che i livelli di estrogeni influenzano di più rispetto ai livelli di androgeni il rischio di sviluppare autismo.

Da dove arrivano questi ormoni nel feto? Attualmente  gli scienziati non sanno da dove arrivino questi ormoni, se dalla madre, dal bambino o dalla placenta, ma hanno intenzione di capirlo, così da capire come interagiscano durante la gravidanza.

Lo studio, intitolato “ Foetal oestrogens and autism”, è stato pubblicato su  Molecular Psychiatry.