Quando si parla di autismo spesso ci si riferisce ad un disturbo i cui sintomi sono simili a quelli dell'introversione, che si manifestano con difficoltà comunicative e limitate interazioni sociali. Il luogo comune più diffuso sull'autismo riguarda la sfera emotiva e considera gli autistici come individui che non provano emozioni. Un nuovo studio, firmato dalla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) e dall'Università di Vienna, intitolato “Divergent roles of autistic and alexithymic traits in utilitarian moral judgments in adults with autism” e pubblicato su Scientific Reports, mostra le capacità empatiche dei soggetti autistici.

Lo studio si contrappone all'isteria comune che cerca di dipingere l'autismo come un disturbo responsabile di aggressioni e violenze, come affermato dagli stessi ricercatori, oggi purtroppo sono ancora molti coloro che ritengono gli individui autistici come “freddi, asociali, disinteressati agli altri”.

I ricercatori spiegano come in realtà il tratto autistico sia associato ad una risposta empatica verso gli altri individui e ad una marcata tendenza ad evitare di far del male. Ma quando e perché è nato il luogo comune dell'autismo come sinonimo di freddezza?

Secondo gli scienziati a trarci in inganno è un altro tratto subclinico che però è presente nella popolazione “sana” così come negli autistici. Stiamo parlando dell'alessitimia. Questa è infatti l'incapacità di percepire e descrivere le emozioni personali e altrui. In passato, i sintomi legati all'alessitimia sono spesso stati confusi con quelli tipici dell'autismo, portandoci così a considerare gli autistici come individui che hanno una ridotta comprensione delle emozioni.

Lo studio in questione, oltre a sottolineare la differenza tra autismo e alessitimia, ricordandoci che quest'ultima può caratterizzare sia i soggetti autistici che non, ne mostra l'aspetto empatico. Come? I ricercatori spiegano di aver “sottoposto alcune persone autistiche ad alto funzionamento (QI elevato) a dei dilemmi morali”. Nello specifico i soggetti si sono trovati di fronte una situazione ipotetica all'interno della quale dovevano prendere una decisione che avrebbe salvato la vita di qualcuno, sacrificando quella di altri.

Il dilemma morale chiedeva: “preferisci far morire una persona, per salvarne molte altre o preferisci non far nulla, evitando così di uccidere deliberatamente qualcuno, pur provocando la morte di molti?”. In questo caso i soggetti si trovavano di fronte alla possibilità di scegliere tra un atteggiamento utilitaristico (razionale) e uno “empatico”.

I dati raccolti hanno evidenziato che, se l'alessitimia è associata a scelte di tipo utilitaristico, il tratto autistico invece è empatico. “L'autismo è associato a un forte stress emotivo in risposta a queste situazioni per cui l'individuo tende ad evitare di compiere azioni dannose”, insomma, un soggetto autistico non vuole, volontariamente, far del male a qualcuno.

La strada per la totale comprensione dell'autismo è molto lunga, ma studi come questo aiutano chi ha questo disturbo, così come le loro famiglie, ad inserirsi nel contesto sociale invece che rimanerne esclusi.

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