Se la battaglia di febbraio-aprile è vinta, la guerra contro il virus non lo è ancora: a mostrarlo sono i dati della pandemia, in particolare quelli relativi al calo dei ricoveri in ospedale e in terapia intensiva, ma lo indica anche il numero di nuovi casi, tornato a salire in diverse regioni italiane. I rialzi si registrano in Lombardia, dove dall’inizio di giugno il conteggio oscilla tra vecchi e nuovi contagi, mentre nuovi cluster si sono verificati nel Lazio, in Campania e in Emilia Romagna per via dei focolai di Roma, Mondragone e Bologna. “Siamo in una fase delicata” ci spiega il prof. Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) e responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Malattie Infettive del Policlinico Tor Vergata. Noi di Fanpage.it lo abbiamo contattato per capire cosa sta accadendo e, soprattutto, per sapere se le variazioni di queste ultime settimane sono avvisaglie di una seconda ondata.

Professore, a che punto siamo?

Siamo in una fase in cui dobbiamo fare grande attenzione. Ci siamo un po’ adattati all’idea che questo virus convivrà con noi fino a quando non troveremo delle soluzioni nuove, alternative, in particolare il vaccino o farmaci che siano in grado di debellarlo. Evidentemente, convivere con il virus vuol dire non permettere al virus di riprendere la sua replicazione in maniera troppo attiva, tale cioè da ridare nuovi focolai epidemici rilevanti. Gli eventi di queste ultime settimane, in particolare a Roma, nella casa di cura e riabilitazione San Raffaele Pisana, da dove l’infezione si è sufficientemente espansa anche al di fuori della Capitale, dimostrano che, se sappiamo intervenire rapidamente, siamo in grado di bloccare questi focolai epidemici.

In questa fase diventa quindi indispensabile l’esecuzione attenta dei tamponi, non solo ai malati ma anche a tutte le persone che hanno avuto i contatti con i soggetti positivi,  ed eventualmente di un’indagine sieroepidemiologica che permetta di mappare la circolazione del virus nelle diverse parti d’Italia. Credo che questa impostazione da parte dei servizi di Sanità pubblica, unitamente all’atteggiamento corretto da parte dei cittadini, vale a dire di distanziamento sociale, uso delle mascherine e lavaggio frequente delle mani, siano le due strategie fondamentali per contenere l’infezione.

È vero che il virus ha perso potenza?

Le recenti segnalazioni per cui il virus avrebbe perso di patogenicità non sono in realtà suffragate da studi virologici che abbiano dimostrato che sia andato incontro a mutazioni tali che giustifichino una patogenicità ridotta. Oltre a questo, l’osservazione di una ridotta carica virale che ha portato alcuni ricercatori a indicare questa minore patogenicità è una considerazione che può essere in parte contraddetta dalla grave epidemia che in questi giorni sta flagellando l’America Latina e gli Stati Uniti d’America, oltre che dalla considerazione che, molto più probabilmente, la presenza di una minore concentrazione di virus nel rinofaringe dei soggetti sottoposti a tampone derivi dal fatto che l’epidemia è cambiata, non sta occorrendo più in ospedale o nelle case di cura – dove, quando accade, vediamo nuovamente la gravità della malattia, come appunto al San Raffaele Pisana di Roma –  ma capita maggiormente in ambito familiare, colpendo quindi soggetti in condizioni migliori. Spesso, infatti, questi casi emergono da test sierologici a persone in buone condizioni di salute e che solo così vengono a scoprire di essere ancora infette dal virus. In poche parole, ci sono molti bias che potrebbero giustificare la presenza di meno virus all’interno del rinofaringe piuttosto che pensare a una ridotta virulenza virale.

Il professor Massimo Andreoni
in foto: Il professor Massimo Andreoni

Il coronavirus resta una minaccia anche in estate?

Rimane sicuramente una minaccia importante. Basarsi sul fatto che stiamo andando incontro al caldo della stagione estiva – che certamente sfavorisce il coronavirus, come tutti gli altri virus respiratori, perché stare maggiormente all’aperto riduce il rischio di trasmissione – non è un elemento sufficiente per ritenere che il virus debba smettere di circolare. Oltretutto, in diverse parti del mondo, stiamo già assistendo a focolai di importazione per cui, con la riapertura delle frontiere, si dovrà a maggior ragione porre una grande attenzione al rischio di importazione del coronavirus da altri Paesi.

Sono giorni in cui si parla tanto di seconda ondata. Cos’è?


Una seconda ondata è una ripresa dell’epidemia, quindi un incremento del numero dei casi che andremo a registrare. Ovviamente la speranza è che la circolazione del virus rimanga il più controllata possibile per evitare che si riformi un numero di infetti tale da rendere molto più complicato contenere l’epidemia stessa. Anche l’app Immuni, che è un’arma importante per mappare la circolazione del virus, diventerebbe un’arma spuntata, quindi non sufficiente, qualora il virus si propaghi eccessivamente.

Lei crede che questa seconda ondata arriverà?

Secondo me una seconda ondata ci sarà ma credo – e questa più che una certezza, è una speranza – che non raggiungerà le dimensioni della prima. C’è però da dire che questo dipenderà da tutti noi, sia in termini di Sanità pubblica, sia di senso civico dei cittadini.

Quando ci sarà questa seconda ondata? C’è chi dice che arriverà addirittura a luglio…

Non credo. Penso che la seconda ondata arriverà più probabilmente nel tardo autunno o inizio inverno perché le condizioni climatiche, quindi il ritorno negli ambienti chiusi, sono determinanti ai fini della possibilità di creare onde epidemiche. Certamente i casi di questi giorni, come il ritorno del virus in Cina o il focolaio epidemico nel mattatoio in Germania, sono tutti campanelli d’allarme e lasciano intendere che il virus continua a circolare con grande facilità nella diverse parti del mondo. L’esempio del San Raffaele Pisana di Roma, d’altra parte, mostra che non ha difficoltà a circolare anche nei mesi di giugno, luglio e agosto. Se però dobbiamo attenderci una seconda ondata, credo che la possiamo aspettare in quel periodo.

Alcuni scenari indicano che la seconda ondata può non essere l’unica. Potrebbero verificarsi più ondate di diversa entità e sempre meno intense oppure una seconda ondata più forte della prima, seguita da ondate più piccole, o anche piccole fluttuazioni senza picchi evidenti. Lei cosa ne pensa?

Sono tutti eventi possibili e immaginabili che però, devo dire, possono essere modificati dalle misure che adottiamo. Sia che si presenti una seconda ondata magari più rilevante, sia onde più piccole o quant’altro, ciò che abbiamo studiato e capito è che su questi eventi si può influire attraverso l’intervento precoce. Per intenderci, in questi mesi abbiamo imparato a parlare dell’indice di trasmissione Rt e di come possa variare in funzione delle misure di contenimento che applichiamo. Quindi, più che eventi imponderabili, legati a chissà quali condizioni particolari del virus o climatiche, io credo che i possibili scenari epidemici siano legati sostanzialmente a quella che è la nostra capacità di contenere l’evoluzione del virus.

Sarà il vaccino la vera arma per sconfiggere questo virus o c’è qualche probabilità che nel frattempo si verifichino mutazioni tali da indebolirlo?


Guardi, un coronavirus girava già alla fine del 1800 dando polmoniti molto gravi. Quel virus, oggi, è il coronavirus che causa i raffreddori, quelli che conosciamo bene, spesso dovuti proprio a quel coronavirus. Il suo adattamento, questo suo cambiare man mano che la popolazione sviluppa immunità, è un fenomeno che accade. Tenga però presente che questa evoluzione è avvenuta in decine e decine di anni. Una mutazione che forse porterà a una perdita di virulenza è quindi un evento possibile, ovviamente auspicabile, però la probabilità che avvenga in tempi brevi è molto ridotta. E, insisto a dire, i dati che arrivano dal Brasile e dagli altri Paesi, lasciano poco intendere che il virus stia perdendo patogenicità.

Perciò credo, e spero, che sarà il vaccino a interrompere in qualche modo la circolazione di questo virus e a permettere a tutti noi di risolvere questa situazione. Credo anche che ci siano buone probabilità che venga formulato in tempi abbastanza rapidi anche se, purtroppo, dovremo proiettarci al prossimo anno. Persone sicuramente molto autorevoli indicano che potrebbe arrivare anche prima, e io ne sarei molto contento, ma questo è sempre difficile da prevedere, anche perché ovviamente le scoperte non hanno una tempistica precisa. Oggettivamente, penso che dovremo aspettare sei-nove mesi prima di avere un vaccino a disposizione per tutta la comunità.

 

 

 

 

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