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9 Novembre 2021
19:36

Andare a dormire a quest’ora riduce il rischio di problemi al cuore

Lo rivelano i risultati del più grande studio finora condotto sulla relazione tra i tempi del sonno e il rischio di malattie cardiovascolari: lo scostamento dall’orario ottimale può essere dannoso per la salute.
A cura di Valeria Aiello
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C’è un orario migliore per andare a dormire, indipendentemente dalle ore di sonno di cui abbiamo bisogno. Lo ha rivelato il più grande studio finora condotto sulla relazione tra le tempistiche del riposo notturno e l’incidenza di problemi al cuore da cui è emersa l’esistenza di una precisa fascia oraria cui è associato un minor rischio di malattie cardiovascolari.

L’analisi, pubblicata sull’European Heart Journal della Società Europea di Cardiologia, ha preso in esame i dati della UK Biobank, il database contente le informazioni genetiche e sanitarie di circa mezzo milioni di cittadini britannici, valutando le informazioni relative all’inizio del sonno notturno di 88.026 persone che tra il 2013 e il 2015 hanno indossato un dispositivo da polso per 7 giorni al fine di misurare i tempi e qualità del riposo notturno. In media, dopo circa 5-6 anni dalla raccolta delle informazioni, 3.172 partecipanti allo studio (3,6%) ha sviluppato un evento cardiovascolare (infarto miocardico, insufficienza cardiaca, cardiopatia ischemica cronica, ictus o attacco ischemico).

La maggiore incidenza di tali eventi è risultata associata a un orario del riposo notturno che iniziava dopo la mezzanotte: in particolare, le persone che andavano a dormire alle 0:00 o più tardi avevano un rischio del 25% più alto di sviluppare problemi cardiovascolari. Secondo i dati dello studio, anche addormentarsi dopo le 23 e prima di mezzanotte è associato a un rischio del 12% più alto di eventi cardiovascolari. Al contrario, l’incidenza era risultata significativamente più bassa tra coloro che andavano a dormire tra le 22:00 e le 23:00, suggerendo che tale fascia oraria sia associata a un minor rischio di eventi cardiovascolari.

Questa osservazione è stata confermata anche dagli esiti osservati in coloro che andavano a dormire prima delle 22:00: diversamente da quanto si potrebbe ipotizzare, anticipare il riposo notturno è comunque associato a un maggior del 24% più alto di eventi cardiovascolari rispetto a coloro che andavano a dormire nella fascia oraria 22-23.

L’analisi ha chiarito che ad incidere sul rischio cardiovascolare dei partecipanti allo studio non era la durata del sonno. “Il corpo ha un orologio interno di 24 ore, chiamato ritmo circadiano, che aiuta a regolare il funzionamento fisico e mentale – ha affermato l’autore corrispondente dello studio, il dottor David Plans dell’Università di Exeter, nel Regno Unito – . Anche se non possiamo concludere che esista un nesso di causalità, i risultati del nostro studio suggeriscono che è più probabile che andare a letto prima o dopo l’intervallo 22-23 possa interrompere l’orologio biologico, con conseguenze negative per la salute cardiovascolare”.

Secondo gli studiosi esiste dunque un orario ottimale per andare a dormire, compreso nella finestra di tempo compresa tra le 22 e le 23.  “Lo scostamento da tale orario può essere dannoso per la salute – ha aggiunto Plans – . L’ora più rischiosa è stata dopo la mezzanotte, potenzialmente perché potrebbe riduce la probabilità di vedere la luce del mattino, il che azzera l’orologio biologico”.

In un’ulteriore analisi per genere, l’indagine ha rilevato che l’aumento del rischio cardiovascolare è più forte nelle donne, con il solo inizio del sonno prima delle 22 rimasto significativo per gli uomini. Le ragioni di questa divergenza, hanno precisato gli studiosi, non è stata completamente compresa. “Può darsi che ci sia una differenza tra uomini e donne nel modo in cui il sistema endocrino risponde alle interruzioni del ritmo circadiano – ha ipotizzato Plans – . In alternativa, l’età dei partecipanti allo studio (la cui media era di 61 anni, ndr) potrebbe essere un fattore di confusione, poiché nelle donne il rischio cardiovascolare aumenta dopo la menopausa, per cui potrebbe non esserci alcuna differenza nella forza dell’associazione tra donne e uomini”.

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