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Alzheimer, una ricerca americana ipotizza la contagiosità della malattia

Uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università del Texas potrebbe aprire una nuova strada per comprendere le cause di questo male insidioso e misterioso: alcune forme sporadiche (negli Stati Uniti sono il 90%) avrebbero un’origine infettiva.
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A cura di Nadia Vitali
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Uno studio condotto dall'Università del Texas potrebbe aprire una nuova strada per comprendere le cause di questo male: alcune forme sporadiche avrebbero un'origine infettiva.

Non sono in pochi a credere, erroneamente, che dell'Alzheimer si conoscano le cause ma non i rimedi: questo male insidioso resta ancora per molti aspetti assai misterioso per gli scienziati che da oltre un secolo le dedicano studi e per i pazienti che ne sono affetti. Di esso, purtroppo, l'unica cosa certa sono gli effetti che, non di rado, costituiscono un vero e proprio calvario per i malati e per i familiari di questi.

Perdita della memoria, difficoltà e confusione nel mettere ordine tra i ricordi, disorientamento nello spazio, repentini cambi di umore, disturbi del linguaggio: questi sintomi assieme agli aspetti neuro patologici della malattia, come le placche che si sviluppano nel cervello, vennero descritti per la prima volta nel 1907 dal neurologo tedesco Alois Alzheimer. Da allora, dunque, gli studi proseguono, alla ricerca di risposte che possano fornire, un giorno, cure adeguate a quanti vengono colpiti: che non sono pochi, tuttavia, soprattutto tra coloro i quali hanno superato i 65 anni d'età.

Se, effettivamente, l'Alzheimer risulta maggiormente diffuso tra le persone anziane, non è alla vecchiaia che si possono ricondurre le sue cause; anche il fatto che essa sia più presente tra le donne che tra gli uomini, non costituisce un dato significativo, se si tiene presente il fatto che la vita media della popolazione femminile è più lunga. Il fattore genetico, invece, riguarda una numero assai limitato di casi che eredita da uno dei genitori la parte di DNA che può causare la patologia che, in questo caso, si manifesta anche prima dei 65 anni; un legame è stato scoperto, anni fa, tra il cromosoma 21, la cui alterazione genera la sindrome di Down, e l'Alzheimer. Infine, un ruolo importante sembrerebbero giocarlo i traumi cranici: ma non siamo mai nell'ambito delle certezze.

La scoperta degli studiosi dell'University of Texas Health Science Center a Houston, invece, sembrerebbe aprire una nuova strada: stando ai risultati della ricerca pubblicata da Molecular Psychiatry, infatti, gli scienziati avrebbero individuato nella malattia una possibile origine contagiosa per molti versi assimilabile a quella che porta a sviluppare l'encefalopatia spongiforme bovina nota più comunemente come morbo della mucca pazza. Questo processo infettivo riguarderebbe forme di Alzheimer sporadiche (ovvero quelle che colpiscono un solo membro in una famiglia), che negli Stati Uniti costituiscono il 90% dei 5,4 milioni di pazienti affetti dalla patologia.

Questa sarebbe, quindi, riconducibile ad un meccanismo di formazione molto simile a quello delle malattie da prioni, ovvero una proteina normale viene alterata e si diffonde, contagiando le altre: le placche dell'Alzheimer altro non sarebbero se non depositi di proteine negative accumulatesi che, di conseguenza, uccidono le cellule dei neuroni. Gli esperimenti sono stati condotti su alcuni topolini che non sviluppano spontaneamente danni cerebrali; iniettando in una parte degli animali tessuti cerebrali prelevati da soggetti sani e nell'altra tessuti provenienti da soggetti affetti da Alzheimer, i ricercatori hanno potuto constatare che i secondi hanno sviluppato le placche e le alterazioni tipiche della malattia.

Insomma, tramite l'iniezione i topi si sono ammalati e il male si è diffuso alle altre parti del cervello: siamo forse vicini ad una risposta? Ancora non del tutto perché, se così fosse, restano da scoprire i meccanismi che naturalmente porterebbero al contagio anche nella vita reale, al di fuori del laboratorio. Tuttavia, la ricerca non si ferma mai e non resta, quindi, che augurarsi che, questa volta, la direzione presa possa essere quella giusta.

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