Alcune forme gravi di Covid-19 potrebbero essere collegate alla presenza di autoanticorpi, delle immunoglobuline il cui bersaglio non è il coronavirus ma alcune componenti prodotte dall’organismo, come i fosfolipidi e gli interferoni di tipo I. Lo hanno scoperto i ricercatori del Lowance Center for Human Immunology presso la Emory University di Atlanta, negli Usa, che hanno studiato la risposta immunitaria dovuta all’infezione da coronavirus in 52 pazienti che hanno richiesto il ricovero in terapia intensiva.

Nessuno di questi pazienti, spiegano gli autori della ricerca i cui risultati sono disponibili in preprint su MedRxiv, aveva una storia di malattie autoimmuni. Tuttavia, spiegano gli studiosi, più della metà dei pazienti ha mostrato la produzione di autoanticorpi. In particolare, più di due terzi dei pazienti con alti livelli di proteina c-reattiva (un marker di infiammazione), hanno mostrato la presenza di autoanticorpi. Questa risposta autoimmune potrebbe esacerbare l’infezione da coronavirus, determinando lo sviluppo di malattia grave.

I test utilizzati per determinare la risposta autoimmune dovuta a Covid-19 non sono specifici per l’infezione da coronavirus ma vengono comunemente utilizzati per individuare la produzione di anticorpi autoreattivi in altre patologie autoimmuni, come il lupus e l’artrite reumatoide. In tal senso, lo studio suggerisce che questi test potrebbero aiutare a identificare i pazienti con maggiore probabilità di andare incontro a malattia grave e che, potenzialmente, questi stessi pazienti potrebbero trarre vantaggio da terapie contro patologie autoimmuni per le quali la produzione di autoanticorpi è ampiamente documentata. Inoltre, testando i guariti subito dopo la negativizzazione, potrebbe essere possibile stabilire l’eventuale comparsa di casi di autoimmunità in seguito alla malattia e pianificare un trattamento precoce se necessario.