Il virus Zika è stato tristemente il protagonista dell'estate 2016. Da allora i ricercatori sono al costante studio di questo virus per capirne i metodi di trasmissione e un'eventuale strategia di intervento per evitare che possa raggiungere il feto provocando microcefalia e altre malformazioni neurologiche. Dall'IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano arriva adesso la scoperta di quella che potrebbe essere la ‘porta di accesso' dello Zika al feto.

Secondo i ricercatori, guidati dalla dottoressa Elisa Vicenzi, capo dell’Unità Patogeni Virali e Biosicurezza, e dalla dottoressa Paola Panina, del Laboratorio di Scienze Riproduttive, a permettere la trasmissione del virus potrebbe essere la suscettibilità delle cellule che rivestono l'utero, lo stroma endometriale. Questo passaggio è agevolato dall'influenza di progesterone, l'ormone che regola la seconda fare del ciclo mestruale, quella tra il quindicesimo e il diciottesimo giorno.

Ma a cosa servono queste cellule? In pratica, all'instaurarsi della gravidanza, le cellule del rivestimento interno dell'utero contribuiscono alla formazione della placenta: questo le rende “una ‘stazione intermedia' da cui il virus potrebbe raggiungere il feto”, come spiegano dall'IRCCS. La scoperta si traduce anche in una dimostrazione della vulnerabilità del tratto genitale delle donne all'infezione da Zika, appunto, inoltre “apre la strada a ricerche future sul potenziale ruolo degli ormoni femminili nel favorire l’infezione”, spiega la dottoressa Vicenzi.

A questo punto, dichiara la dottoressa Panina, c'è da capire se oltre alle cellule stromali, “anche le cellule epiteliali e le cellule del sistema immunitario presenti nel tessuto endometriale possano rappresentare un bersaglio del virus, e quindi contribuire alla diffusione dell’infezione al feto e/o al partner sessuali”.

Lo studio, intitolato "Human endometrial stromal cells are highly permissive to productive infection by Zika virus", è stato pubblicato su Scientific Reports.