b53

Non è il nome di un cocktail, ma la sigla di una delle più potenti armi di distruzione di massa mai realizzate: una bomba nucleare da 9 megatoni. Per capire la sua portata, è sufficiente compararla con quella della bomba di Hiroshima, che nel 1945 liberò una potenza di appena 13 chilotoni, ossia 13.000 tonnellate di tritolo. Inezie in confronto alla B53, che una volta esplosa avrebbe liberato l’energia di nove milioni di tonnellate di tritolo. Sufficiente a polverizzare l’intera città di New York. Ora, però, non farà più paura: gli Stati Uniti, coerenti con il loro programma di smantellamento delle più vecchie – e anche più potenti – testate nucleari in dotazione al loro arsenale, ne hanno reso inoffensivo l’ultimo esemplare rimasto in vita martedì scorso. Una giornata storica per la distensione globale: con la fine dell’ultima B53, la più potente arma nucleare a disposizione degli Stati Uniti ha ora una potenza di “soli” 1,2 megatoni.

Residuato della Guerra fredda

Non è certo la fine dell’arsenale atomico made in USA. In base all’accordo “New START” firmato lo scorso anno dal presidente Obama e dal russo Medvedev, gli Stati Uniti – e la loro controparte russa – hanno fissato a 1.550 il numero di testate e bombe nucleari a loro disposizione. Quasi tutte, comunque, al di sotto del megatone. Sembra un numero folle, ma è poca roba rispetto a quanto furono capaci di accumulare USA e URSS negli anni più cupi della Guerra fredda.

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Attenendoci alle cifre fornite dal governo americano, emerge che dal 1945 gli Stati Uniti hanno prodotto qualcosa come 70.000 testate nucleari, delle quali oltre 65.000 sono ormai state smantellate. La Russia, viceversa, non ha mai reso pubbliche le proprie cifre, ma si stima che l’Unione sovietica dal 1949 (anno in cui fece detonare il suo primo ordigno atomico) abbia costruito circa 55.000 testate, delle quali nel 1991 – all’epoca della dissoluzione dell’URSS – ne sopravvivevano circa 30.000. Lo smantellamento di questo enorme arsenale è proceduto con lentezza. Solo nell’ultimo anno, dopo il fondamentale accordo “New START”, si è finalmente deciso di accelerare i tempi.

Secondo Thomas D’Agostino della National Nuclear Security Administration, la B53 “è una bomba sviluppata in un’altra epoca per un mondo diverso”. Era il 1962 quando questo mostruoso esemplare venne realizzato: l’anno della crisi dei missili di Cuba, che vide il mondo a un passo dalla guerra nucleare. Furono giorni di terrore. Da un lato il presidente Kennedy, dall’altro il leader sovietico Kruscev, giocarono una partita pericolosissima. La posta in gioco era la possibilità di dislocare testate nucleari sovietiche sul territorio cubano, a poche centinaia di chilometri dalla costa americana. Una spada di Damocle sulla testa dei cittadini statunitensi che non poteva essere accettata. L’America rispose con l’embargo di Cuba, nel tentativo di bloccare tutte le navi sovietiche verso l’isola. Ma alcune testate e missili balistici capaci di trasportarle sull’obiettivo erano già state schierate. Lungo la “linea rossa”, come dall’anno dopo sarebbe stata battezzata la linea diretta tra la Casa Bianca e il Cremlino, venne portato avanti un rischiosissimo negoziato. L’URSS minacciava la guerra atomica se gli USA non avessero tolto l’embargo a Cuba. Gli USA minacciavano altrettanto se l’URSS non avesse smantellato le testate dislocate sull’isola. Ma nessuno ebbe il coraggio di lanciare quello che in gergo viene chiamato il first strike, il “primo colpo” della guerra nucleare. Alla fine l’URSS accettò le condizioni americane in cambio di un analogo smantellamento di alcune armi nucleari schierate dalla NATO in Turchia.

Se la guerra fosse scoppiata, su Mosca sarebbe potuta cadere proprio lei, la B53, lanciata dalla pancia di uno dei tanti bombardieri a lungo raggio che negli anni della Guerra fredda volavano ininterrottamente, dandosi il cambio, 24 ore su 24, lungo il confine tra Alaska e Siberia, pronti a lanciarsi verso il territorio sovietico qualora fosse stato ricevuto il messaggio in codice che dava il via alla guerra totale.

Una bomba del genere avrebbe potuto penetrare anche i bunker antiatomici dove i comandi sovietici si sarebbero nascosti per sottrarsi alla minaccia delle bombe. In questo modo, gli USA sarebbero riusciti a decapitare la struttura di controllo e comando sovietica, per ridurre al minimo la possibilità di un second strike. Il “secondo colpo” era quello che faceva più paura: se il nemico fosse riuscito a sopravvivere al first strike abbastanza da lanciare la controffensiva scatenando tutto il proprio arsenale nucleare, non ci sarebbe stata una nuova alba per l’umanità. Era la logica della MAD, acronimo di “mutual assured destruction”, la distruzione reciproca assicurata da una guerra termonucleare globale. La parola “MAD”, in inglese, vuol dir anche “folle”. Ma erano logiche folli per anni di follia.

Un mondo più sicuro?

Costuire bombe nucleari più piccole non è la soluzione: solo il disarmo lo è.

Harald Muller
“Il mondo oggi è molto più sicuro con la scomparsa di quest’ordigno”, ha commentato D’Agostino. Smantellare l’ultima B53 non è stata una cosa facile. Gli ingegneri che l’avevano costruita sono ormai morti, ma per fortuna i manuali d’istruzione sono stati conservati. È stato così possibile aprire la bomba e separare dal detonatore il nucleo di uranio capace di innescare la reazione a catena incontrollata. L’uranio sarà poi stoccato a parte, mentre il detonatore è stato fatto esplodere in un’area sicura: la sua potenza, comunque, era pari a quella di una pistola giocattolo rispetto a un cannone.

Gli Stati Uniti non hanno messo da parte le strategie nucleari, le hanno semplicemente rinnovate. Tramontati i tempi in cui si ipotizzava lo scontro tra due superpotenze atomiche, ciascuna con un enorme arsenale a sua disposizione, oggi le armi nucleari in dotazione all’esercito USA sono molto più piccole e poco potenti. La loro funzione preminente è quella di fungere da deterrente verso il resto del mondo. In base al Trattato di non-proliferazione, solo le potenze del “club atomico”, ossia gli USA, la Russia, la Cina, la Gran Bretagna e la Francia, possono possedere armi nucleari.

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Ciò non ha impedito negli anni che al club si aggiungessero soci poco graditi come l’India e il Pakistan, la cui continua tensione di confine fa sempre temere il ricorso alle armi nucleari; mentre altri paesi che negli anni hanno cercato di dotarsi della bomba, come la Libia, la Siria e l’Iraq, sono stati fermati. In altri casi, come la Corea del Nord e prossimamente l’Iran, gli sforzi della comunità internazionale non hanno impedito che un programma nucleare clandestino portasse alla realizzazione di un piccolo arsenale atomico. Il Sudafrica è l’unico paese al mondo che ha smantellato il proprio arsenale spontaneamente nel 1993, in seguito alla caduta del regime bianco dell’apartheid che l’aveva sviluppato. E Israele, per quanto ufficialmente non abbia mai ammesso il possesso della bomba, è universalmente noto per possedere un significativo arsenale nucleare.

La B53 non è la più potente bomba nucleare mai costruita. Le B17 e le B24, da tempo smantellate, arrivavano a una potenza di 15 megatoni. Il triste record spetta tuttavia all’Unione sovietica, che nel 1956 fece detonare in uno spaventoso test la bomba Tsar, dalla inimmaginabile potenza di 55 megatoni. Erano anni in cui USA e URSS giocavano a chi possedesse la bomba più grossa. Questa follia fu poi fermata e le due potenze siglarono un accordo ancora valido, riguardo il bando dei test nucleari. Se fossero continuati fino a oggi, le conseguenze in termini di saturazione radioattiva dell’atmosfera sono difficilmente immaginabili.

Ma, anche se oggi le testate da svariati megatoni appartengono alla storia, il pericolo non è cessato. Come ha sintetizzato efficacemente Harald Muller, direttore del Peace Research Institute di Francoforte commentando la notizia dello smantellamento della B53, “per quegli esseri umani che evaporano in seguito a un’esplosione nucleare, è relativamente insignificante se la potenza era di un megatone o di un chilotone. Costuire bombe nucleari più piccole non è la soluzione: solo il disarmo lo è”.