La Tokyo Electric Power Company (TEPCO), la società che gestisce la centrale nucleare giapponese di Fukushima, ha fatto sapere di avere intenzione di versare l’acqua radioattiva nell’Oceano Pacifico. La notizia ha fatto il giro del mondo e in molti si sono preoccupati per eventuali danni ambientali legati a questa decisione. Ma è davvero pericoloso? Lo abbiamo chiesto all’ingegnere Fabrizio Trenta dell’ISIN che ci ha spiegato cosa c’è da sapere sui versamenti di acqua radioattiva in mare.

Quali sono i potenziali danni ambientali e per la salute conseguenti il versamento in mare dell’acqua radioattiva di Fukushima?

"Dai dati che abbiamo raccolto e analizzato abbiamo visto che l’acqua che attualmente è stoccata nei serbatoi sull’impianto di Fukushima è di circa 1 milione di metri cubi con un’attività totale di 1015 Bq, cioè 1.000 TeraBq (Becquerel, unità di misura del Sistema internazionale dell'attività di un radionuclide), che è l’attività totale del trizio.

A titolo puramente esemplificativo  se questo è il quantitativo di acqua radioattiva che si è pensato di scaricare davanti all’impianto, su un volume di acqua di mare di un chilometro quadrato per un’altezza dell’Oceano di 100 metri, si arriverebbe ad una concentrazione di trizio  di 10mila Bq/litro. Questi 10mila Bq/litro corrispondono alla concentrazione di trizio che l’Organizzazione Mondiale della Sanità dà come limite per l’acqua potabile. Quindi in teoria se l’acqua dell’Oceano fosse potabile, noi quest’acqua potremmo berla.

Ovviamente questo esempio prende a riferimento una situazione estremizzata e non realistica e serve soltanto a dare un’idea dell’entità del problema. Infatti il rilascio avverrebbe con gradualità e le correnti porterebbero a coinvolgere quantitativi enormemente più grandi di acqua dell’oceano con conseguenti effetti di diluizione".

Di per se però questo esempio non è però risolutivo per escludere rischi per l’ambiente.

"Va infatti  tenuto presente che il rilascio di effluenti radioattivi nell’ambiente è previsto per tutti gli impianti nucleari e sono stabilite specifiche norme che impongono il rispetto di determinati limiti di dose alla popolazione e anche l’effettuazione del monitoraggio della radioattività ambientale nelle zone limitrofe degli impianti.

Nel caso di rilascio nell’ambiente marino si deve considerare che la diluizione non riduce la quantità delle sostanze radioattive scaricate e quindi occorre verificare se nel caso concreto, sulla base di una specifica valutazione del rischio e monitoraggi, i versamenti previsti dal Giappone non creino rischi per l’ecosistema interessato, tenuto conto delle limitate caratteristiche di pericolosità delle quantità di trizio in questione.

Risulta comunque che dopo l’incidente l’acqua e ambiente marino sono sottoposti ad un continuo controllo i cui esiti sono, tra l’altro, trasmessi dalle autorità giapponesi all’Agenzia Internazionale dell’energia atomica".

Quali sono le caratteristiche del trizio? E cos’è?

"Il trizio è l’isotopo radioattivo dell’idrogeno, l’altro isotopo è il deuterio. L’idrogeno è un elemento in cui, all’interno del nucleo atomico c’è un protone e ha un elettrone che gli gira intorno. Il deuterio è fatto da un protone e un neutrone nel nucleo, con un elettrone che gira intorno. Il trizio è fatto da un protone e due neutroni e un elettrone che gli gira intorno. Mentre l’idrogeno e il deuterio sono stabili, il il trizio è radioattivo cioè ha una vita limitata che tende ad esaurirsi, decade (si trasforma) in un altro elemento emettendo radiazioni. Il trizio è un betaemettitore puro con tempo di dimezzamento di circa 12 anni (il tempo in cui la quantità di trizio, e dunque la radioattività, diventa la metà), decadendo si trasforma in elio-3, emette un neutrino e una particella beta che ha le stesse caratteristiche di un elettrone ed è quella che dà la componente radioattiva che è molto bassa in quanto ha un’energia di circa 18 keV (elettronvolt). Questa energia è talmente bassa che la particella beta possiamo fermarla con un foglio di carta. Se ci mettiamo davanti ad una sorgente che emette questa particella beta, lo strato superficiale della pelle già blocca la radiazione perché è poco penetrante. Se invece noi mettiamo il trizio all’interno dell’organismo e lo lasciamo per un tempo prolungato, questo inizierà ad irraggiare i nostri tessuti molli e a lungo andare potremmo avere conseguenze sanitarie. Ma non è assolutamente questo il caso.
Come dicevamo, il trizio è un isotopo dell’idrogeno che unito all’ossigeno forma l’acqua triziata e l’organismo non riesce più a distinguere, a livello chimico, la molecola dell’acqua, H2O, da quella che si forma con il trizio, T2O. L’acqua, nel nostro organismo, ha un ricambio di circa 72 ore, cioè l’acqua che entra ora nel nostro corpo, tra 72 ore ne sarà completamente uscita e sarà sostituita da altra acqua. Grazie a questo ricambio idrico biologico che abbiamo, le conseguenze da un punto di vista sanitario dell’acqua triziata sono assolutamente trascurabili".

Perché la notizia dei versamenti di acqua radioattiva di Fukushima ha fatto discutere?

"Per l’opinione pubblica vedere questi valori di radioattività desta comprensibilmente preoccupazione, perché sembrano estremamente elevati, in realtà però dobbiamo calcolare che, se prendiamo in considerazione gli impianti in esercizio che oggi sono in giro per il mondo, impianti da 1.000 MWe (megawatt-elettrici), sappiamo che questi scaricano un quantitativo di trizio di circa 1014 Bq per GW/anno di energia prodotta. Nel caso di Fukushima, ci troviamo 10 volte al di sopra di quello che viene scaricato da un impianto nucleare annualmente, e questo è un valore che non comporta rischi per la salute".

Quindi già annualmente gli impianti nucleari nel mondo scaricano acqua radioattiva?

"Si. Gli impianti esistenti hanno le formule di scarico che sono i limiti massimi che l’impianto può scaricare nell’ambiente, sia per quanto riguarda gli effluenti liquidi che per gli effluenti aeriformi. La quantità di radioattività che viene scaricata annualmente è basata su una formula di scarico tarata sul rispetto di limiti dose per la popolazione. Come detto la radioattività ambientale in prossimità dell’impianto viene poi continuamente monitorata secondo specifici programmi per verificare la presenza di eventuali alterazioni significative".

La decisione giapponese non ha dunque nulla di strano?

"Come detto è una normale pratica industriale, ma devono comunque essere valutati preventivamente i rischi sulla popolazione e l’ecosistema interessato, ponendo in atto un continuo sistema di monitoraggio, come peraltro fatto fino ad ora; in Giappone  stanno anche analizzando altre possibili soluzioni, come quelle di iniettare l’acqua triziata direttamente nel sottosuolo, in ambienti confinati. Il trizio ha un emivita di 12 anni,  che significa che dopo 12 anni tutta la sua attività si sarà ridotta della metà e lasciandolo lì si comporterebbe come l’acqua, senza creare danni. Mi risulta che le autorità giapponesi stiano pensando anche di rilasciarla come vapore acqueo, in atmosfera, sempre utilizzando la diluizione, oppure trattarla sotto forma di gel o renderla solida e lasciarla in depositi sotterranei e aspettare che decada l’attività. Dopo circa 40 anni l’attività presente sarà come quella che viene scaricata dagli impianti annualmente".

Perché riversiamo acqua radioattiva con trizio?

"Dobbiamo prima dire che l’acqua in questione deriva della complesse operazioni di bonifica che sono state avviate sul sito dopo l’incidente del 2011. Ad oggi c’è la problematica di dover raffreddare il combustibile che si trovava nei noccioli, per cui l’acqua che è entrata in contatto con le parti interne dell’impianto, in particolare con il combustibile,  è stata contaminata. A tali fini è stato realizzato un complesso e mastodontico sistema in grado di rimuovere i radionuclidi più importanti e pericolosi, ad esempio il Cesio e lo Stronzio, e di stoccare sul sito l’acqua trattata in un elevatissimo numero di taniche. Purtroppo il  processo di trattamento non può rimuovere il trizio, proprio perché esso  si comporta come l’idrogeno e si disperde nelle molecole di acqua, restando contenuto appunto all’interno di tutta l’acqua stoccata.

Allo stato attuale infatti non è possibile estrarre il trizio con metodi industriali, ma solo sperimentali, per piccole quantità di acqua contaminata. La capacità di stoccaggio si va via via esaurendo e ciò pone la necessità di procedere al suo smaltimento".