ESO

Per osservare meglio l’universo, gli astronomi europei devono andare in Cile. Qui, sul monte La Silla, a 2400 metri di quota, sorge il più vecchio dei telescopi che costituiscono una delle meraviglie del mondo moderno, l’European Southern Observatory (ESO), l’osservatorio che una collaborazione internazionale di paesi europei ha voluto realizzare per dotare la comunità astronomica e astrofisica del nostro continente di un punto di osservazione privilegiato sull’universo. Un posto isolato sulle Ande cilene, a sud del deserto dell’Atacama, dove non arrivano le luci della civiltà. Lì arrivano ben altre luci: quelle di stelle e galassie distanti da noi, che vanno a costituire uno spettacolo unico, a noi in parte sconosciuto, perché l’ESO guarda il cielo dell’altro emisfero, quello australe, diverso dal cielo stellato a cui noi europei siamo abituati. ESO compie nel 2012 i suoi primi cinquant’anni preparandosi a gettare uno sguardo più profondo sull’universo quando sarà ultimato l’E-ELT, di gran lunga il più grande telescopio del mondo.

Un pezzo di Europa nell'emisfero australe

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Il 5 ottobre 1962, lo stesso anno in cui nasceva l’European Space Research Organization, primo seme della futura Agenzia spaziale europea (ESA), veniva firmato l’accordo per la realizzazione di un osservatorio europeo, i cui paesi fondatori erano Belgio, Francia, Germania, Olanda e Svezia. Non figurava, tra i primi promotori dell’ESO, l’Italia. Come racconta Nicola Nosengo su Le Scienze, infatti, all’epoca la comunità astronomica italiana non era ancora ben sviluppata come invece la comunità dei fisici, discepoli di quei ragazzi di via Panisperna tra cui figuravano nomi come Fermi, Segrè, Amaldi. Solo nel 1982, grazie all’impegno degli astrofisici Giancarlo Setti e Franco Pacini (quest’ultimo allora a capo della divisione scientifica dell’ESO), l’Italia entrò a far parte di quella comunità internazionale che, in cambio di una necessaria condivisione dei costi, può accedere oggi agli straordinari telescopi cileni.

Con aperture rispettivamente di 3,5 e 3,6 metri, i due telescopi originari dell’ESO non ci hanno solo regalato immagini di straordinaria bellezza, che fanno il paio con quelle del telescopio spaziale Hubble, capaci di stupirci continuamente delle meraviglie dell’universo; i telescopi dell’ESO hanno anche portato a scoperte importantissime, tra cui quella che ha rivoluzionato l’astrofisica e la cosmologia degli ultimi decenni: è dall’ESO che due grandi équipe internazionali di ricerca hanno acquisito i dati che hanno portato nel 1998 all’annuncio dell’accelerazione dell’universo prodotta dall’energia oscura, scoperta che è valsa il premio Nobel per la fisica nel 2011. Anche se i tre astrofisici premiati sono tutti americani, non sarebbero andati molto lontano se non avessero potuto usufruire delle tecnologie realizzate dall’Europa all’ESO.

Occhi sempre più grandi sull'universo

Nel corso degli anni, il rapido evolversi delle tecnologie di osservazione ha portato alla realizzazione nel 1989 del New Technology Telescope, primo telescopio a utilizzare tecnologie robotiche per aggiustare costantemente gli specchi rifrattori, permettendo di costruire specchi di apertura maggiore ovviando ai limiti prodotti dalla loro deformazione. E nel 2001, in un’altra zona del Cile, sulla cima del Cerro Paranal, è entrato in funzione il Very Large Telescope, familiarmente noto come VLT, che combina insieme quattro telescopi ottici di 8,2 metri di apertura, realizzando così il più grande telescopio del mondo. Il VLT ha ottenuto nel corso dei suoi primi dieci anni di vita risultati straordinari, tra cui la misura dell’età della stella più antica della Via Lattea (13,2 miliardi di anni, poco più dell’età dell’universo stimata in 13,7 miliardi) e la prima immagine diretta di un pianeta extrasolare – a cui se ne sono aggiunte molte altre.

E-ELT

La prossima sfida si chiama E-ELT, acronimo dell’ambiziosissimo “European Extremely Large Telescope”, un telescopio in formato XXL alto quasi 100 metri, che dominerà tutte le altre già imponenti strutture dell’ESO. Il diametro del suo specchio primario sarà di ben 39 metri, un record che resterà a lungo imbattuto (anche se di gran lunga inferiore all’originale ma costosissimo progetto di uno specchio di 100 metri di apertura) e che permetterà non solo di ottenere, dalla Terra, immagini più nitide rispetto allo stesso telescopio spaziale Hubble, ma anche di indagare, grazie alla visione nell’infrarosso, misteri di straordinaria importanza, tra cui la composizione delle atmosfere dei più vicini pianeti extrasolari. Vedrà la luce tra la fine di questo decennio e il prossimo sulla cima di Cerro Armazones, sempre nel Cile, a oltre 3000 metri di quota. Un luogo quasi proibitivo per realizzare obiettivi fino a oggi considerati impossibili.