in foto: Uno dei crani rinvenuti a Dmanisi in Georgia, forse destinato a riscrivere la nostra storia evolutiva

I loro nomi appartengono al confuso mare di conoscenze che in molti si portano dietro dai tempi delle scuole; per chi non avesse voluto approfondire gli studi di antropologia o paleontologia, l'homo erectus o l'homo habilis sono comunque delle figure note, nelle caratteristiche sommarie e nel legame di parentela con il loro discendente che maggiormente ci sta a cuore, l'homo sapiens. Nel corso degli anni, altre specie sono giunte ad ampliare la "grande famiglia" del genere homo, per cui sarebbe lecito parlare anche di un homo ergaster e, in tempi più recenti, dell'homo rudolfensis.

Ma la scoperta di alcuni resti nell'area di Dmanisi in Georgia potrebbe costringere a ridisegnare le linee di questo albero genealogico che, attraverso migliaia di anni, giunge fino a noi: questa è la conclusione a cui sono giunti un gruppo di antropologi del Museo Nazionale della Georgia a Tbilisi, del Museo antropologico di Zurigo e delle Università di Harvard e Tel Aviv che hanno lavorato su un cranio di homo risalente a circa 1,8 milioni di anni fa, rinvenuto in un sito assieme ad altri quattro individui vissuti nello stesso periodo di tempo. I risultati dei loro studi sono stati resi noti in un articolo pubblicato dalla rivista Science che, con tutta probabilità, aprirà un dibattito destinato a durare molto a lungo.

I fossili in questione appartengono ad alcuni nostri antichi "antenati" che vissero durante il Pleistocene: sostanzialmente, costituiscono figure cronologicamente di poco successive alla separazione del primo Homo dall'Australopithecus e, dunque, alla prima fuoriuscita degli uomini dall'Africa. Oltre ad un cranio le cui ottime condizioni di conservazione hanno reso possibili una serie di studi e rilievi particolarmente approfonditi (il cosiddetto Skull 5 che è praticamente il cranio completo più antico appartenente al genere homo tra quelli mai venuti alla luce), altre quattro scatole craniche sono state restituite dagli scavi che, dai primi anni '90, interessano questa zona caucasica: tutte di individui di età e sesso differenti, ma accomunate dal medesimo arco temporale. Lo chiamavano homo georgicus, identificando con tale nome la popolazione umana più antica tra quelle rinvenute al di fuori dell'Africa; specie che avrebbe dovuto collocarsi all'incirca tra i più antichi habilis, ergaster e rudolfensis ed il più recente homo erectus.

Al di sotto di un villaggio medioevale georgiano, il sito di Dmanisiin foto: Al di sotto di un villaggio medioevale georgiano, il sito di Dmanisi

Le differenze tra un cranio e l'altro, tuttavia, erano tali da far venire la tentazione di classificare gli individui come appartenenti a specie diverse: se non fossero provenuti tutti dalla stessa località, dal medesimo sito di scavo e non fossero stati sicuramente coevi, più di un dubbio si sarebbe affacciato nella mente dei ricercatori. Ma l'evidenza attesta come gli esemplari fossero parte di una medesima popolazione e questo ha portato gli scienziati a porsi un altro interrogativo, assai più controverso: e se le divergenze morfologiche riscontrate nei fossili provenienti da luoghi ed epoche differenti fossero attribuibili non a diverse specie ma ad una semplicità variabilità somatica tra individui della medesima specie?

Skull 5, in effetti, presentava caratteristiche insolite e che mai prima d'ora erano state rilevate insieme in un singolo individuo: denti particolarmente grandi, volto allungato, scatola cranica dalla piccola capacità. Gli studiosi hanno quindi iniziato a valutare i tassi di variazione tra un individuo e l'altro, scoprendo con sorpresa come l'entità di tali differenze fosse praticamente la stessa riscontrabile all'interno di specie moderne utilizzate come pietra di paragone, come tra gli scimpanzé bonobo e gli esseri umani. La ricorrenza di tratti "mescolati", per altro, sembrerebbe essere peculiarità di altri fossili rinvenuti anche in luoghi ben distanti, come in Africa, in Asia o in altre aree dell'Europa, e risalenti ad archi cronologici differenziati, a partire dai 2,4 milioni di anni fa e giungendo fino a 1,2 milioni di anni fa. Questo ha convinto il gruppo guidato da David Lordkipanidze a spingersi in un'analisi statistica che ha messo insieme i dati relativi a reperti di erectus, rudolfensis, habilis ed ergaster: la conclusione stupefacente è che il modello di variazioni è risultato analogo a quello esistente tra gli individui rinvenuti a Dmanisi.

Cosa significa questo? In realtà, una vera e propria rivoluzione nella storia dell'evoluzione: se il tempo dovesse dar ragione a questa ultima ricerca, infatti, si passerebbe da un modello evolutivo "a cespuglio" che prevede una molteplicità di specie convissute sulla Terra, ad una sorta di unico ramo dal quale avrebbe avuto origine direttamente la nostra specie. Insomma, quelli che per decenni abbiamo visto come dei nostri antenati soltanto in parte, potrebbero essere realmente i nostri progenitori, un po' più curvi e primitivi: c'è un modo per verificare concretamente questa possibilità? Ci sarebbe ma di fatto non c'è: le analisi del DNA diraderebbero ogni tipo di nebbia ma, purtroppo, al momento le nostre tecnologie ci consentono di risalire non oltre il limite dei 150.000 anni. Quel che è certo è che lo studio di Lordkipanidze e colleghi non verrà immediatamente dimenticato come la nuova teoria di qualche bizzarro scienziato: il dibattito è appena cominciato e, anche se è ancora troppo presto per riscrivere il nostro albero genealogico, il contributo del lavoro sarà assai probabilmente determinante per le future ricerche in questa direzione che si spera possano beneficiare anche di ritrovamenti eccezionali come quello avvenuto a Dmanisi.