Ricercatori americani dell'Università della California di Los Angeles (UCLA) hanno scoperto che i dendriti dei neuroni, le ramificazioni che caratterizzano le cellule cerebrali, sono elettricamente attivi e non semplici ‘trasportatori passivi' del segnale nervoso, producendo picchi elettrici dieci volte più spesso rispetto al soma, ovvero del corpo centrale del neurone, che è attualmente ritenuto la sede principale dell'attività neuronale. Poiché i dendriti costituiscono oltre il 90 percento del tessuto neuronale, ciò significa che il cervello potrebbe avere una capacità di calcolo di circa un centinaio di volte superiore rispetto a quella stimata sino ad oggi. Si tratta di una svolta epocale nella comprensione del funzionamento di tali cellule, e potrebbe aprire nuova luce sui criptici meccanismi che coinvolgono la percezione, l'apprendimento e la formazione della memoria.

Gli studiosi, coordinati dal professor Mayank Mehta, neuroscienziato presso l'ateneo americano, per giungere a questa conclusione hanno sviluppato una nuova tecnica per posizionare degli elettrodi vicino ai dendriti nel cervello dei ratti, poiché mettendoli a contatto con essi si provocava la morte dei neuroni. Attraverso le misurazioni, durate quattro giorni e avvenute mentre i roditori erano liberi di muoversi all'interno di un ambiente controllato o durante il sonno, è emerso che i picchi elettrici dei dendriti risultassero di molto superiori rispetto a quelli del soma. Nello specifico, prendendo i valori dalla corteccia parietale posteriore, legata alla pianificazione del movimento, i picchi sono risultati cinque volte superiori durante il sonno e dieci volte superiori mentre gli animali esploravano l'ambiente.

Tra gli aspetti più interessanti dell'esperimento vi è il fatto che i dendriti non sono risultati ‘digitali', ovvero capaci di generare un segnale oppure no, ma ‘analogici', con ampie fluttuazioni del segnale elettrico, un dettaglio che mette in discussione gli ultimi 60 anni di conoscenze acquisite. Questa scoperta, per la quale saranno necessari ulteriori approfondimenti, non solo risulterà fondamentale per la comprensione del cervello, ma anche nello sviluppo di nuovi trattamenti terapeutici per patologie neurologiche. I dettagli dello studio sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Science.

[Illustrazione di geralt]