La lebbra, conosciuta anche col nome di malattia di Hansen, tra le varie patologie infettive è molto probabilmente quella più stigmatizzata nel corso della storia. Non solo a causa delle deformità che può comportare, ma anche per la diffusa credenza popolare che essa fosse una vera e propria punizione divina. Nota sin da tempi antichissimi, in Europa si diffuse rapidamente e divenne endemica durante il Medioevo, catalizzando la nascita dei cosiddetti lazzaretti o lebbrosari, dove gli ammalati, assieme a quelli di peste, venivano segregati e tenuti ai margini della società. All'epoca si credeva che la malattia fosse estremamente contagiosa, alimentando il disprezzo e la paura nei confronti di chi ne veniva colpito e sfigurato. Anche se oggi non fa più paura come in passato, il semplice termine lebbra riesce a creare profonda repulsione, per questo in ambito medico si preferisce chiamarla col nome tecnico di malattia di Hansen. Essa è ancora presente in Africa, Asia, Sud America e in misura minore da altre parti del mondo, per un totale di circa 90 paesi. In Italia, sebbene siano stati registrati sporadici focolai fino ad alcuni anni fa, oggi si può dire praticamente debellata. Secondo le ultime stime fornite dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno nel mondo vengono ancora colpite circa 200mila persone: il dato è positivo se confrontato con i rilievi degli anni '80, quando l'OMS stimò 12,5 milioni di ammalati.

Cos'è la lebbra.

La lebbra è una patologia infettiva di tipo cronico innescata dal batterio Mycobacterium leprae, un bacillo che ha un basso potere patogeno, l'esatto opposto di quanto si credeva in passato. In caso di contagio l'incubazione risulta essere particolarmente lunga; basti pensare che può superare anche i dieci anni, con un tempo medio stimato di circa cinque anni. Ciò è legato al fatto che il micobatterio responsabile della lebbra impiega dai 18 ai 42 giorni per raddoppiare di numero. Curiosamente, il bacillo non è in grado di crescere in terreni di coltura artificiali, ma si trova perfettamente a suo agio nelle parti più fredde del corpo umano, come ad esempio la pelle, zone specifiche dell'occhio e testicoli. Il nome lebbra deriva dal termine greco ‘lepròs' e può essere tradotto col nostro scabroso, a causa delle deformità che scatena la fase avanzata della malattia.

Da cosa è provocata.

L'infezione batterica della lebbra può essere innescata dal contatto con muco, saliva e aerosol rilasciati dalle persone malate quando tossiscono o starnutiscono. I pazienti nello stadio più grave della malattia, detto lepromatoso, sono più contagiosi di quelli colpiti dalla cosiddetta forma tubercolare. Il contatto occasionale col malato, tuttavia, generalmente non provoca l'infezione; non a caso i contagi avvengono soprattutto tra familiari e conviventi. Si ipotizza che anche le punture con aghi contaminati possano avere un ruolo nella trasmissione della patologia. Non è stata invece ancora dimostrata la cosiddetta trasmissione vettoriale tramite insetti, sebbene i bacilli di Mycobacterium leprae siano stati trovati in molti di essi.

I sintomi della lebbra.

A causa della lunga incubazione possono trascorrere anche un paio di anni prima che il paziente colpito manifesti i primi sintomi, inizialmente paragonabili a quelli di un'influenza. Tra essi vi sono cefalea, debolezza, febbre e dolori nevralgici, accompagnati anche da perdita di sangue dal naso (epistassi). Nella fase successiva, che in media “esplode” dopo 5/7 anni, la lebbra inizia ad aggredire principalmente le aree dove il batterio prolifera, come pelle, mucose respiratorie e nervi. Possono formarsi le caratteristiche lesioni, macule, papule, protuberanze e piaghe che determinano la deformità. Essa è particolarmente evidente sul volto (facies leonina) e sulle dita di mani e piedi, che vanno incontro a riassorbimento. L'aggressione al sistema nervoso può scaturire in formicolio diffuso e perdita di sensibilità, con tutta una serie di gravi effetti a cascata e complicazioni. Tra gli altri sintomi possono esservi l'atrofia muscolare, la sterilità e nel caso della lebbra in stadio lepromatoso gravi danni e scompensi sistemici, compresa l'insufficienza renale.

Come si cura.

Il trattamento principale contro la lebbra si basa su un mix di antibiotici (come il dapsone e la rifampicina) e dura solitamente dai 6 ai 12 mesi, ma può arrivare anche a due anni in base alla gravità del caso. L'intervento tempestivo risulta fondamentale poiché deformità e danni neurologici invalidanti, una volta comparsi, non possono essere eliminati attraverso i farmaci. La forma lepromatosa guarisce più difficilmente di quella tubercolare. È possibile anche vaccinarsi con il BCG (Bacillo Calmette-Guerin) per difendersi dalla patologia.