Ricercatori del prestigioso Georgia Institute of Technology di Atlanta (Stati Uniti) hanno scoperto una correlazione tra la dimensione della pupilla e l'intelligenza delle persone; chi è dotato di una pupilla più ampia a riposo, infatti, avrebbe maggiori capacità cognitive. Tale dettaglio era già trapelato in precedenti studi, tuttavia era sempre stato bollato come mera coincidenza e non preso seriamente, come invece hanno fatto i tre autori della nuova indagine, i dottori Randall Engle, Jason Tsukahara e Tyler Harrison. Secondo gli studiosi questo legame risiederebbe nel cosiddetto locus coeruleus, una specifica area del tronco encefalico che mette in comunicazione cervello e pupilla, conosciuta anche col nome di ‘punto blu' a causa della peculiare colorazione dovuta alla melanina. Tale area è il sito principale del sistema nervoso centrale dove viene sintetizzato il neurotrasmettitore noradrenalina, che fra le numerose funzioni è legato anche ai processi cognitivi della corteccia prefrontale. Secondo gli studiosi la dimensione della pupilla potrebbe dunque riflettere l'attività neurale.

Per dimostrare che il nesso evidenziato nelle precedenti ricerche non fosse casuale, i ricercatori hanno coinvolto in una serie di tre studi 512 partecipanti, nella maggior parte dei casi studenti dell'ateneo americano. I ragazzi sono stati coinvolti in vari test cognitivi attraverso i quali sono stati misurati due distinti aspetti: la cosiddetta memoria di lavoro (MDL), un modello riferito alla memoria breve grazie alla quale conserviamo poche informazioni per un breve lasso di tempo (una ventina di secondi), e l'intelligenza fluida (Gf) o ragionamento fluido, inteso come la capacità di problem solving e pensiero logico nell'affrontare situazioni nuove, slegate dalle conoscenze precedentemente acquisite.

Dai risultati è emerso che i soggetti con i punteggi maggiori avevano tutti le pupille (a riposo) con dimensioni sensibilmente superiori. In alcuni casi queste differenze erano visibili anche a occhio nudo. Benché la correlazione fosse palese, il team coordinato da Jason Tsukahara ha sottolineato che saranno necessari nuove indagini per approfondire i dati acquisiti. I dettagli dello studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Cognitive Psychology.

[Foto di charletgregory]