Secondo un recente studio della Fondazione Ellen MacArthur presentato al Forum economico mondiale di Davos (Svizzera) tenutosi all'inizio dell'anno, si stima che nel 2050, in termini di peso, negli oceani vi sarà più plastica che pesce, una diretta conseguenza delle otto milioni di tonnellate di materiale plastico che ogni anno la nostra specie riversa nel mare. Un vero e proprio disastro ecologico il cui emblema è rappresentato dalla Pacific Trash Vortex, un immenso accumulo di detriti situato nell'Oceano Pacifico le cui dimensioni, secondo alcune indagini, potrebbero essere di circa dieci milioni di chilometri quadrati, un'area più grande degli Stati Uniti d'America. Benché la plastica visibile rappresenti un enorme problema, venendo anche ingerita da alcuni animali marini che la scambiano per le proprie prede naturali, come ad esempio le tartarughe e i cetacei, gli scienziati sono particolarmente in apprensione per la cosiddetta “microplastica”, che comprende frammenti di dimensioni inferiori ai cinque millimetri ma anche quella particellare, presente ad esempio in alcuni prodotti per la cura personale e nei detersivi. Secondo un nuovo studio effettuato dai ricercatori svedesi dell'Università di Uppsala, la microplastica avrebbe un impatto particolarmente sensibile sulle larve dei pesci, che addirittura sarebbero portate a preferirla rispetto allo zooplancton di cui si nutrono naturalmente.

La ricerca, coordinata dalla biologa marina Oona Lönnstedt, è stata condotta allevando branchi di pesci persico in acqua con livelli di particelle di plastica assimilabili a quelli presenti in alcuni habitat costieri della Svezia e di altre parti del mondo, dimostrandone l'influenza nello sviluppo delle larve e soprattutto nel loro comportamento. “I pesci allevati in diverse concentrazioni di particelle di microplastica – ha sottolineato la studiosa – non solo producevano meno uova rispetto agli altri, ma mettevano in mostra anche comportamenti anomali”. Oltre ad essere meno attivi, infatti, questi pesci ignoravano persino l'odore dei predatori. Quando sono stati messi a contatto con un loro predatore naturale, ovvero un luccio, quest'ultimo mostrava un tasso di successo nella cattura di quattro volte superiore rispetto a una situazione analoga ma con pesci allevati in acqua priva di plastica. In sole quarantotto ore il luccio è stato in grado di predare tutti i pesci persico dell'esperimento. Questa analisi potrebbe risultare fondamentale nel contrasto alla crisi ittica mondiale in atto, provocata dall'inquinamento e dalla pesca intensiva: i piani di ripopolamento in fase di studio, infatti, se non terranno in considerazione l'impatto delle particelle di plastica sulle larve potrebbero ottenere risultati pesantemente inferiori alle aspettative. La ragione per cui le larve dei pesci preferiscono la plastica al proprio nutrimento naturale è stato spiegato dalla Lönnstedt attraverso un curioso accostamento con la nostra specie: “I pesci vengono fondamentalmente ingannati, credono infatti che la microplastica sia una risorsa ad alto contenuto energetico e che ne debbano mangiare in grande quantità. È un po' come il fast food per gli adolescenti, che pur essendo un cibo malsano si rimpinzano solo di quello”. I risultati dello studio, per il quale saranno necessarie ulteriori indagini con analisi condotte su larga scala, sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Science.

[Immagine di copertina di Muhammad Ashiq]