Ricercatori russi dell'Istituto per la ricerca nucleare (INR) dell'Accademia Russa delle Scienze e dell'Istituto di Fisica e Tecnologia di Mosca (MIPT) hanno teorizzato che nel momento in cui l'universo iniziò il suo processo di espansione – il cosiddetto Big Bang – la criptica e tuttora inafferrabile materia oscura sarebbe andata incontro a una sorta di decadimento, una riduzione stimata tra il 2 ed il 5 percento che potrebbe essersi protratta fino ad oggi. Gli studiosi, coordinati dal fisico Igor Tkachev, hanno avanzato questa ipotesi dopo aver analizzato attentamente i dati provenienti dal telescopio Planck dell’omonima missione dell'Agenzia Spaziale Europea (Esa), che nel 2013 era riuscito a catturare – attraverso un segnale a microonde – l'immagine più giovane del nostro universo, quando aveva appena 380 mila anni.

Questa ‘fotografia' dell'universo primordiale è in conflitto con i dati sulla sua composizione attuale, e per spiegare questa differenza gli scienziati russi puntano proprio al decadimento della materia oscura, che in base alla loro teoria sarebbe composta da due tipologie di particelle, una stabile e l'altra instabile, con quest'ultima responsabile della riduzione poiché appunto decaduta in un'altra particella subatomica. La materia oscura, la cui esistenza fu dimostrata dalla compianta scienziata Vera Rubin, nel modello standard della cosmologia costituirebbe circa l'85 percento della massa totale dell'universo, e la sua inafferrabilità è motivo di grande cruccio per i fisici teorici.

È noto che sia presente poiché si manifesta attraverso fenomeni gravitazionali, tuttavia non è possibile osservarla perché semplicemente non emette alcuna radiazione elettromagnetica riscontrabile dai nostri strumenti di analisi spettroscopica. In parole più semplici, non emette ‘luce'. Senza di essa non si possono ad esempio spiegare i moti delle galassie, che richiedono molta più massa di quella da noi visibile (la cosiddetta materia barionica), dunque i fisici teorici sono certi della sua esistenza; probabilmente, dobbiamo ancora inventare gli strumenti adatti per individuarla.

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