Come ipotizzavano gli scienziati, l'iceberg A-68 staccatosi dalla piattaforma Larsen C ha iniziato a prendere il largo, e il suo punto più distante si trova già a 2,8 chilometri di distanza dalla banchisa antartica, dalla quale si è separato tra il 10 e il 12 luglio scorso. Ma non solo. L'iceberg, uno dei più grandi mai registrati nella storia, con un'estensione di quasi seimila chilometri quadrati per oltre un trilione di tonnellate di ghiaccio, ha iniziato anche a perdere dei frammenti, in pratica iceberg più piccoli che si stanno inoltrando verso il mare di Weddel e l'Oceano Atlantico meridionale.

Questi ultimi rappresentano la minaccia più concreta per il traffico marittimo, poiché più imprevedibili e difficili da monitorare rispetto al colosso principale; i timori maggiori sono per il trafficato canale di Drake, ma i nuovi rilievi indicano che il ghiaccio stia “scivolando” verso la parte orientale della Penisola Antartica, dunque anche l'Atlantico non è al sicuro. Fortunatamente è scongiurato un innalzamento del livello dei mari, che con una simile quantità di ghiaccio avrebbe potuto creare problemi in diverse aree. Quello che si stacca dalle piattaforme è infatti ghiaccio galleggiante, e non comporta gli stessi rischi di una massa ancorata a una parete rocciosa, essendo già in acqua.

In base alle immagini catturate dal satellite spagnolo DEIMOS-1, che nelle rilevazioni è accompagnato dalla sonda Sentinel 1 della costellazione Copernicus dell'Esa e dal CryoSAT, anch'esso dell'Agenzia Spaziale Europea, a destare preoccupazione sono le fratture emergenti che si stanno allargando sulla piattaforma Larsen C, ridotta del 12 percento dopo il distacco di A-68. Se una di esse dovesse raggiungere la Bawden Ice Rise, una porzione critica per la stabilità dell'intera piattaforma, potrebbe esserci un crollo strutturale come quello che fece sparire la Larsen A nel 1995.

[Foto di tpsdave]