Un team di ricercatori dell'Università di Buffalo (New York) ha determinato che essere empatici può essere rischioso per la propria salute. Secondo gli studiosi, coordinati dal professor Michael Poulin, docente presso il Dipartimento di Psicologia dell'ateneo americano, tutto dipenderebbe dal metodo con cui ci si approccia ai problemi della persona che si vuole supportare. Dal punto di vista squisitamente psicologico esistono due modi alternativi per essere empatici: nel primo si osserva e si deduce come qualcuno si sente, analizzando la situazione da una prospettiva differente (IOPT). Nella seconda si vestono invece i panni del soggetto che ha bisogno di aiuto, immaginando se stessi nella sua posizione (ISPT).

Studi precedenti avevano già affrontato gli effetti psicologici dei due distinti approcci, tuttavia con la nuova ricerca il team di Poulin ha potuto misurare uno fattore fisiologico catalizzato dallo stress, ovvero una risposta cardiovascolare. “Quando ci sentiamo minacciati o ansiosi – ha sottolineato il ricercatore – alcuni vasi sanguigni periferici si restringono e rendono più difficoltoso per il cuore il pompaggio di sangue attraverso l'organismo”. Dai test di laboratorio è emerso che le persone impegnate nell'approccio empatico di tipo ISPT hanno maggiori livelli di questa risposta rispetto a coloro che adottano lo IOPT, con tutto ciò che ne consegue in termini di salute e benessere.

Il dato potrebbe essere particolarmente utile per le professioni mediche, dato che medici e infermieri sono costantemente in contatto con il dolore delle persone. Non solo quello dei pazienti, ma anche quello dei famigliari: basti pensare alle situazioni nelle quali si deve comunicare il decesso di una persona cara. L'idea degli psicologi è quella di mettere a punto un servizio che possa addestrare le persone ad essere sì empatiche, ma con un approccio IOPT e non ISPT. Esso sarebbe valido non solo per le professioni mediche, ma anche per assistenti sociali, insegnanti e persino genitori impegnati nell'educazione dei figli. I dettagli dello studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Journal of Experimental Psychology.

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