Veterinari dell'Università di Aberdeen e del The Scottish Marine Animal Stranding Scheme, un ente che si occupa di cetacei, hanno individuato nel grasso di un'orca livelli di inquinanti cento volte superiori alla soglia di tossicità tollerata dai mammiferi marini. Il dato rende la sfortunatissima Lulù, deceduta nel gennaio 2016 dopo essere rimasta impigliata in una rete da pesca, molto probabilmente l'animale più contaminato del pianeta. Gli inquinanti rilevati dai ricercatori sono i famigerati policlorobifenili, meglio conosciuti con la sigla PCB, composti organici banditi sin dagli anni '70 negli Stati Uniti per la loro incredibile persistenza ambientale.

L'autopsia sulla carcassa di Lulù ha fatto emergere ben 957 milligrammi di PCB per chilogrammo di grasso, un valore così alto che ha letteralmente lasciato basiti i veterinari, gettando un'ombra inquietante sulla gravità dei danni che abbiamo procurato ai nostri oceani.

I PCB, poiché risultavano essere ottimi isolanti termici ed elettrici, con un basso grado di infiammabilità, in passato furono largamente utilizzati in una moltitudine di prodotti, dai lubrificanti agli oli da taglio, passando per vernici, adesivi e persino pesticidi. Ne sono stati riversati nell'ambiente a tonnellate. Solo negli anni '60 si è iniziato a percepire l'estremo fattore inquinante, quando ormai si erano già fatti troppi danni.

Alla luce dei livelli di PCB individuati nel grasso, gli scienziati stanno considerando che Lulù potesse essere gravemente malata, oltre che sterile. L'orca aveva infatti almeno 20 anni quando è morta, un'età fertile, eppure non aveva avuto alcun piccolo. La preoccupazione dei biologi marini è ora rivolta verso il pod di otto orche del quale faceva parte, dato che in 23 anni di monitoraggio nessuna delle femmine è rimasta incinta. Secondo gli studiosi potrebbe dipendere proprio dagli elevatissimi livelli di PCB nel loro organismo.

[Foto di Scotland Rural College]