Con un discusso decreto promulgato dal presidente Michel Temer, il governo brasiliano si accinge a trasformare una vastissima area protetta della Foresta Amazzonica in un complesso industriale per lo sfruttamento minerario. Il territorio colpito dal provvedimento è quello della Reserva Nacional de Cobre e Associados (Renca), ricco non solo in termini di biodiversità, ma anche di giacimenti d'oro e altri metalli. Insomma, un patrimonio troppo “prezioso” per preoccuparsi del devastante impatto ecologico sulla foresta.

Per rendersi conto della portata dell'intervento, basti pensare che la riserva naturale, incastonata tra gli Stati settentrionali del Para e dell'Amapa, si estende per ben 46mila chilometri quadrati. È un'area più grande della Danimarca, o della somma della Sicilia e della Lombardia per restare in Italia. Il governo ha deciso di rimuovere lo status di riserva naturale all'intera area protetta, mentre i lavori di estrazione potranno essere condotti “soltanto” nel 30 percento del suo territorio. Una parte della ex riserva è infatti popolata anche da comunità indigene, dunque le nove aree nelle quali esse sono concentrate non verranno toccate. Perlomeno queste sono le intenzioni.

La decisione del governo di Brasilia è stata accolta con un coro di sdegno dall'opposizione e dalle associazioni ambientaliste, in particolar modo dal WWF, che ha già inquadrato i drammatici effetti dell'intervento. Lo sfruttamento minerario porterà infatti a “boom demografico, deforestazione, distruzione di risorse idriche, perdita di biodiversità e nuovi conflitti per la terra”. Ancor più caustico il senatore Randolfe Rodrigues, che parla dell'attacco più grave alla Foresta Amazzonica degli ultimi 50 anni. Nonostante la volontà di mantenere un approccio sostenibile, la misura “volta ad attrarre investimenti e generare ricchezza per il Paese e i brasiliani” rischia di dare l'ennesimo, durissimo colpo a quello che viene definito il “polmone verde” del pianeta, una delle aree più delicate e ricche di biodiversità.