Un team di ricerca dell'Università di Cambridge (Regno Unito) ha individuato per la prima volta le varianti genetiche responsabili della forza dei muscoli, una scoperta che potrebbe aprire le porte a trattamenti terapeutici mirati per contrastare la debolezza muscolare e patologie genetiche che influenzano le prestazioni dei muscoli. Gli studiosi, coordinati dal ricercatore Daniel Wright, un dottorando presso il prestigioso ateneo inglese, hanno fatto questa scoperta avvalendosi di enormi database di dati, raccogliendo in tutto le informazioni sul DNA di circa 200mila persone. La maggior parte, ben 140mila, proveniva dalla cosiddetta UK Biobank della Fondazione Wellcome Trust, mentre i restanti erano soggetti provenienti da altri paesi come la Danimarca e l'Australia.

“Il gran numero di individui alla base dello studio è stata una potente risorsa per identificare i geni coinvolti in tratti complessi come la forza muscolare, e ci aiuta a comprendere la loro biologia sottostante e il ruolo nella salute”, ha sottolineato il dottor Wright. In tutto i ricercatori sono riusciti a individuare sedici varianti genetiche legate alla forza muscolare. Alcune, com'era lecito attendersi, erano prossime a geni coinvolti in processi biologici strettamente correlati alla funzione muscolare, come ad esempio la struttura delle fibre muscolari.

Le mutazioni di questi geni possono sfociare in gravi sindromi monogenetiche (ovvero associate alla mutazione di un singolo gene) che compromettono la funzione muscolare. “Mentre abbiamo a lungo sospettato un ruolo della genetica nelle variazioni della forza muscolare, questi risultati forniscono le prime intuizioni su alcune varianti genetiche responsabili nella variazione della forza”, ha sottolineato il dottor Robert Scott, un coautore dello studio. “Questi potrebbero essere passi importanti verso l'individuazione di nuovi trattamenti per prevenire o trattare la debolezza muscolare”, ha aggiunto con ottimismo il ricercatore.

Gli studiosi hanno utilizzato i dati delle sedici varianti genetiche per analizzare il legame tra la forza della stretta di mano e il rischio di sviluppare patologie cardiovascolari, fratture e persino alla mortalità, evidenziato da studi passati. Il team di Wright na ha trovato alcuna correlazione tra una scarsa stretta di mano e il rischio di eventi cardiovascolari, tuttavia ha evidenziato che una forza maggiore è associata a un minor rischio di fratture. I risultati dello studio, pubblicati su Nature Communications, giungono a pochi giorni di distanza da quelli della ricerca dell'Università del Nebraska-Lincoln, nella quale è stato determinato che una maggiore potenza muscolare può essere ottenuta da esercizi ad alto carico.

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