Mentre in Italia si susseguono le audizioni delle commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera sulla legalizzazione della cannabis e dei suoi derivati, dal mondo accademico giungono nuove e interessanti indicazioni circa l'assunzione di marijuana, la sostanza stupefacente ottenuta dal trattamento delle infiorescenze delle piante femminili di canapa (gen. Cannabis). Attraverso la risonanza magnetica funzionale (fMRI), un pool di ricercatori del Centro BrainHealth presso l'Università del Texas di Dallas ha infatti dimostrato nei consumatori di lungo corso la presenza di alterazioni nel cosiddetto circuito di ricompensa cerebrale, la cui attività, catalizzata dalla dipendenza, risulta maggiore innanzi agli stimoli della droga che a quelli naturali, come ad esempio quello del cibo. Questo complesso sistema del cervello, evolutosi per garantire la sopravvivenza della specie ricompensando con piacere e benessere la ripetizione di azioni quali il mangiare, il bere o il fare sesso, sarebbe turbato dall'elevatissimo grado di gratificazione restituito dall'assunzione di marijuana nei consumatori dipendenti.

Il team di ricerca coordinato dalla professoressa Francesca Filbey, docente di Neurologia e direttrice del Dipartimento di Neuroscienze presso il Centro BrainHealth, nello studio pubblicato sulla rivista specializzata Human Brain Mapping ha seguito cinquantanove consumatori abituali di marijuana e un gruppo di verifica composto da settanta volontari non consumatori. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti alla visione di immagini associate all'utilizzo di droga – come i bong – alternate a quelle dei frutti preferiti, indicando passo dopo passo le variazioni nel desiderio di assumere marijuana. Nei consumatori cronici la risonanza magnetica funzionale ha mostrato un'intensa attività cerebrale quando stimolati dalle immagini della droga, particolarmente evidente nella corteccia orbitofrontale, nello striato e nel giro cingolato anteriore, tutte aree del cervello collegate alla ricompensa. “Queste alterazioni cerebrali – ha sottolineato la professoressa Filbey – potrebbero rappresentare un segnale del passaggio dall'uso ricreativo di marijuana a quello problematico”. “Inoltre – ha proseguito la studiosa – abbiamo scoperto che esse sono correlate al peso dei problemi che il soggetto deve affrontare a causa dell'utilizzo della sostanza, come quelli familiari. L'uso di marijuana nonostante la presenza dei suddetti problemi è un indicatore della dipendenza”.

L'Università del Texas e il Centro BrainHealth si occupano di ricerca sulla dipendenza da cannabis da diversi anni; un precedente studio condotto dallo stesso pool di scienziati, pubblicato nel 2014 sulla prestigiosa rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences, aveva dimostrato che nei consumatori abituali di marijuana vi è in media meno materia grigia nella corteccia orbitofrontale del cervello, la regione associata all'apprendimento, alla motivazione e ai processi decisionali, oltre che al circuito della ricompensa.

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