La gigantesca e turbolenta macchia formatasi sul Sole alcuni giorni addietro ha prodotto un'esplosione di media intensità, che in una fase successiva è stata accompagnata anche da un'eruzione di massa coronale. I due eventi, monitorati grazie al satellite SDO (Solar Dynamics Observatory) della NASA, stanno già avendo effetti misurabili sulla Terra a causa del materiale particellare scagliato in direzione del nostro pianeta, ma le conseguenze più serie potrebbero palesarsi entro il fine settimana.

Se l'impatto dei protoni (scaturiti dal brillamento) con l'alta atmosfera ha infatti provocato semplici disturbi e blackout radio sull'Oceano Pacifico e al Polo Nord, quello del plasma contro il campo magnetico terrestre potrebbe danneggiare satelliti, disturbare sistemi di navigazione, scatenare blackout elettrici e ulteriori problemi ai segnali radio. In tutto questo, c'è la possibilità che si verifichi anche un fenomeno estremamente affascinante: com'è noto, il vento solare è infatti responsabile delle aurore polari, ma in casi come questo, quando c'è un'ondata eccezionale di particelle sprigionata verso la Terra, gli archi di luce potrebbero manifestarsi anche a latitudini più basse. Il primo settembre 1859, quando ci fu la più potente tempesta solare mai registrata (nota come evento di Carrington), le aurore furono infatti visibili persino ai Caraibi. Purtroppo si verificarono anche incendi e gravi danni alla linea telegrafica, l'unica disponibile all'epoca.

La formazione dell'attuale e gigantesca macchia solare, chiamata tecnicamente AR2665 e grande quanto il gigante gassoso Giove, non rappresenta comunque un evento straordinario, ma si inserisce perfettamente nella fase naturale che sta attraversando la nostra stella. Il Sole, infatti, possiede un ciclo undecennale nel quale varia l'attività magnetica, e in questo momento sta attraversando la fase minima, che toccherà il suo culmine entro un paio di anni.

Durante la fase di minima attività magnetica le macchie solari, aree sensibilmente più fredde (di circa 2.000° centigradi) rispetto alle circostanti, tendono a sparire, ma possono comparirne di grandi e turbolente proprio come AR2665. Attraverso l'esplosione e l'eruzione di massa coronale la macchia ha emesso “protoni, raggi-X e una bolla di plasma”, come ha sottolineato il dottor Mauro Messerotti dell'Osservatorio di Trieste dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), ma per conoscerne gli effetti complessivi sulla Terra bisognerà attendere le prossime, cruciali ore.

[Foto e video di Andrea Centini]