Sono oltre 400 le balene pilota spiaggiatesi nella notte tra giovedì e venerdì sulla splendida Golden Bay in Nuova Zelanda, la maggior parte delle quali – circa 300 esemplari – sono decedute per asfissia, provocata dallo schiacciamento del loro stesso corpo sull'arenile. È una corsa contro il tempo per cercare di salvare i cento esemplari sopravvissuti; le autorità locali hanno invitato la popolazione ad abbandonare case e uffici per supportare i soccorritori nella complessa impresa. In un primo momento, grazie all'alta marea, si era riusciti a portare a largo buona parte dei cetacei superstiti, ma novanta di loro, spinti dall'istinto di ricongiungersi con i membri del proprio branco (tecnicamente chiamato pod), si sono spiaggiati nuovamente. Ora si attende un'altra alta marea per provare a spingerli di nuovo a largo, cercando di impedirgli di tornare sulla Golden Bay. Ecco come si interviene per salvare i cetacei spiaggiati.

Solo mani esperte.

Qualora ci si imbattesse in un cetaceo spiaggiato nel nostro paese, la primissima cosa da fare è

  • avvisare la Capitaneria di Porto, la Guardia Costiera al 1530 o eventuali associazioni di soccorso marino conosciute; in Italia ne esistono diverse. L'intervento diretto deve essere eseguito solo da personale qualificato e per diverse ragioni.

Quali sono i rischi di un intervento fai-da-te.

Intervenire senza averne le competenze è pericoloso perché

  • i cetacei sono innanzitutto mammiferi selvatici, che possono avere malattie trasmissibili all'uomo. Non di rado gli spiaggiamenti riguardano proprio animali gravemente malati, e quando sono coinvolti i leader di un branco, spesso si trascinano dietro tutto il resto del gruppo. È ciò che potrebbe essere accaduto in Nuova Zelanda.
  • un'altra ragione risiede nel fatto che si tratta di animali molto forti, in particolar modo con la coda: dimenandosi per il dolore o lo spavento possono colpire e ferire seriamente il soccorritore inesperto. Anche i denti e il muso, nel caso si trattasse di odontoceti come i delfini, non vanno assolutamente sottovalutati.

È importante non circondare l'animale con picchetti di curiosi; la confusione aumenta lo stress e il rischio di morte improvvisa.

Il primo intervento.

Supponiamo di essere un soccorritore esperto o di aver ricevuto l'ok da personale qualificato per intervenire, come accade spesso nei paesi dove avvengono spiaggiamenti di massa

  • la prima cosa da fare è ruotare l'animale (se le dimensioni lo permettono) con lo sfiatatoio verso l'alto. I cetacei sono mammiferi e respirano l'aria come noi; lo sfiatatoio deve essere tenuto libero da acqua, sabbia o qualunque altro materiale che impedisca all'animale di respirare.
  • il secondo passo è mantenere bagnata la pelle. Fuori dall'acqua i cetacei si disidratano velocemente ed è per questo che nei video si vedono i soccorritori intenti a bagnare con secchi d'acqua e asciugamani gli animali spiaggiati. Il sole, inoltre, può essere molto dannoso per la pelle; in questi casi gli esperti intervengono con una crema di ossido di zinco (non una crema solare qualsiasi!) per prevenire i danni da insolazione.

Perché i cetacei non vengono ‘trascinati' in acqua.

Nella stragrande maggioranza dei casi, i cetacei spiaggiati sono purtroppo destinati a morire. Quando si tratta di grandi esemplari, il destino è quasi certamente segnato e l'eutanasia è l'unico modo per porre fine alle loro sofferenze. Capodogli e balenottere, ad esempio, possono pesare svariate tonnellate ed è quasi impossibile trascinarli di nuovo in mare senza procurar loro gravissime ferite: l'innalzamento della marea è il momento migliore per interventire proprio per questo. Anche per gli animali più piccoli è doveroso attendere l'arrivo degli esperti, dato che potrebbero aver bisogno di cure prima di essere rimessi in acqua. Il semplice sfregamento col terreno può generare gravi abrasioni o peggio, per questa ragione si utilizzano imbracature opportunamente bagnate e lubrificate.

I rischi delle gru.

Per alcuni cetacei può essere studiato anche il traino con gru o imbarcazioni, ma i rischi di ferire seriamente l'animale sono altissimi e spesso si tratta di una corsa contro il tempo inutile. I cetacei spiaggiati muoiono infatti per asfissia, schiacciati dal loro stesso peso a causa della gravità. La resistenza varia da specie e specie e naturalmente dalle condizioni che hanno portato allo spiaggiamento; sono documentate missioni di soccorso durate anche diverse decine di ore, ad esempio per salvare orche e globicefali. Quest'ultima è la specie coinvolta nello spiaggiamento di massa in Nuova Zelanda.

 

La missione di salvataggio in Nuova Zelanda.

Quello avvenuto in queste ore è uno degli spiaggiamenti di massa più imponenti degli ultimi decenni, il terzo per numero di esemplari coinvolti in Nuova Zelanda, dove purtroppo non sono infrequenti. Nel 1918 furono ben mille i cetacei spiaggiati sulle Isole Chatam; 450 nel 1985 al largo della costa di Auckland, sulla Great Barrier Island, e ora 416. La specie coinvolta è sempre la stessa, ovvero quella delle ‘balene pilota' o globicefali (Globicephala melas), odontoceti impropriamente chiamati “balene”, dato che sono un gruppo completamente distinto di cetacei. Lo spettacolo drammatico che si sta consumando sulla Golden Bay ha colpito profondamente la popolazione e al momento sono centinaia le persone che stanno dando una mano direttamente e indirettamente; molti infatti hanno portato coperte e cibo per i soccorritori, alcuni dei quali sono da oltre nove ore accanto agli animali, per confortarli e tenerli bagnati con secchi d'acqua e asciugamani. La spiaggia è disseminata di carcasse, ma in questo momento sono tutti concentrati sul salvataggio delle vite, in attesa di una nuova alta marea che sopraggiungerà nelle prossime ore. Non sarà un'operazione semplice, come ha spiegato il soccorritore Andrew Lamson: "Stiamo cercando di spingere le balene verso il mare e guidarle, ma in realtà non seguono la direzione, vanno dove vogliono andare. Fino a quando un paio di leader del gruppo non decideranno di dirigersi verso il mare, le restanti balene cercheranno di ricongiungersi col proprio pod, sulla spiaggia”. I soccorritori faranno il possibile anche con le imbarcazioni, per impedire ai globicefali di tornare indietro. Sono oltre 5 mila i cetacei spiaggiati sulle coste della Nuova Zelanda sin dal 1840, un fenomeno ancora misterioso al quale la NASA potrebbe presto fornire una spiegazione.

[Foto di Emily Cooper]