Di falsi miti di ambito scientifico ne sono sempre circolati ma certamente internet ha dato potente carburante a molte bufale che, oggigiorno, fioriscono e si dimostrano spesso molto difficili da sradicare: accanto ad alcune leggende davvero pericolose (i vaccini all'origine del'autismo, ad esempio, o l'HIV che non causa l'AIDS) ce ne sono molte altre che fanno sicuramente meno danno, magari limitandosi ad essere una fonte di guadagno per qualcuno o, più semplicemente, facendo innervosire gli scienziati. Ad alcune di queste, la rivista Nature ha voluto dedicare un articolo, una sorta di bilancio di fine anno sulle eredità che continueremo a portarci dietro dal 2015.

1 Lo screening salva vite per qualunque tipo di cancro.

Sarebbe bello ma non è così: naturalmente a fare la differenza è il tipo di malattia. L'intervento tempestivo sul tumore è un aspetto fondamentale e in questo gli screening sono uno strumento potentissimo: purtroppo, però, la rapidità della diagnosi può fare la differenza soltanto fino ad un certo punto, quando si ha a che fare con un tumore che porterà comunque ad un esito fatale; ed esistono, invece, forme di cancro che si evolvono molto lentamente, portando il paziente a convivere anche per anni con la neoplasia.

In realtà gli oncologi ancora dibattono su quali siano le fasce d'età e i fattori di rischio che beneficiano di frequenti screening; alcuni studi hanno analizzato il rapporto tra screening precoce e mortalità in riferimento ad alcuni tipi di cancro (tiroide, prostata e alcuni tipi di tumore al seno) senza osservare una significativa diminuzione della mortalità. Cionondimeno, screening regolari sono fondamentali, poiché realmente utili, per i gruppi a rischio di cancro al colon, ad esempio, al polmone, alla cervice uterina.

2 Gli antiossidanti sono buoni, i radicali liberi cattivi.

Sulla base di questo semplice ritornello, è nato e prospera un florido business con tanta, tantissima pubblicità. «È una delle poche teorie scientifiche che hanno raggiunto il pubblico: gravità, relatività e che i radicali liberi causano l'invecchiamento e quindi che abbiamo bisogno di antiossidanti», ironizza Siegfried Hekimi, biologo presso la McGill University di Montreal, in Canada. Questo assunto ha iniziato a vacillare quando, nei primi anni 2000, gli scienziati hanno mostrato che topi ingegnerizzati per produrre più radicali liberi o più antiossidanti non vivevano né più né meno che una vita della stessa lunghezza dei topi normali. Sostanzialmente, oggi la maggior parte dei ricercatori che lavorano sull'argomento concorda sul fatto che i radicali liberi possono causare danni alle cellule ma lo attribuiscono ad una normale reazione dell'organismo allo stress: in ogni caso, la questione è ancora aperta, anche alla luce di studi recenti che ridiscutono il ruolo degli antiossidanti.

3 Gli esseri umani hanno un cervello eccezionalmente grande.

Sì, è grande, ma non montiamoci la testa! Il cervello umano è circa sette volte più ampio rispetto a quello di animali dalle dimensioni simili alle nostre: peccato, però, che anche per topi e delfini sia lo stesso e che per alcuni uccelli il rapporto è ancor più sbilanciato a favore del cervello. E cosa dovrebbe dire, a quel punto, il povero uomo di Neanderthal con la sua maggiore capacità cranica?

Il cervello umano si distingue da quello dei primati per l'espansione della corteccia cerebrale, per le funzioni e per le strutture neuronali uniche: il mito che a renderci "speciali" sia esclusivamente l'eccezionale numero di neuroni ha rallentato studi che potevano essere ben più interessanti, relativi alla rete di circuiti che fa di noi quello che siamo. In ogni caso, sono in corso due macro-progetti (uno americano e uno europeo) che puntano a comprendere quest'organo misterioso e affascinante.

4 Impariamo meglio secondo il nostro stile di apprendimento.

Un'altra delle leggendarie qualità attribuite al nostro enorme cervello è quella secondo la quale le persone imparano meglio quando si insegna loro nel modo in cui essi preferiscono: ci sarebbe, quindi, chi preferisce apprendere parole e chi ha bisogno di immagini per assorbire le informazioni. Fin qui tutto bene, nel senso che ci sono due verità alla base di questo mito: molte persone mostrano effettivamente di avere delle preferenze e, inoltre, è stato dimostrato che gli insegnanti riescono ad ottenere risultati migliori stimolando più sensi. Due assunti che, uniti al desiderio di ciascun individuo di sentirsi unico (e talvolta anche di giustificare un po' di pigrizia), hanno portato alla nascita di una leggenda.

Una leggenda perché non ha alcun fondamento scientifico alla base, dal momento che non ci sono studi che hanno dimostrato che insegnare in uno stile preferito migliori le performance dello studente: «Il contrasto tra l'enorme popolarità dell'approccio secondo gli stili di apprendimento nell'ambito dell'educazione e la mancanza di una evidenza credibile della sua utilità è, secondo la nostra opinione, impressionante ed allarmante» polemizzava nel suo studio del 2008 uno dei neuroscienziati che si erano dedicati alla verifica della teoria.

L'unica cosa che appare chiara, e in contrasto con la categorizzazione per stile cognitivo, è che tutti imparano meglio da un bilanciato mix di parole e segni grafici.

5 Siamo troppi (e siamo condannati)

Certamente la crescita della popolazione durante il XX secolo avrà spaventato molti: oggi che abbiamo superato da un pezzo i 7 miliardi sulla Terra ci si interroga spesso su quale sarà il futuro di questa Terra sovrappopolata, immaginando scenari apocalittici in cui dovremo contenderci le ultime briciole di risorse. In realtà – e in accordo con quanto sostenuto dalla FAO già da parecchi anni – il problema principale non sta nella mancanza di risorse quanto nella gestione del tutto iniqua e sbilanciata che prevede sprechi da una parte e bisogni dall'altra: acqua e cibo sono i migliori esempi. Lo spazio c'è per tutti, se impariamo a rispettare anche quello altrui.