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Bere per (non) dimenticare

Il peso dei ricordi non verrebbe alleggerito dalla presunta virtù dell'alcol che, anzi, renderebbe ancor più grave il dolore dei traumi subiti: uno studio dagli Stati Uniti spiega come avviene ciò.

Bere per (non) dimenticare.

Non è nell’alcol la strada che conduce verso l’oblio: se da secoli Bacco costituisce una delle più pericolose tentazioni per l’essere umano, capace di trascinare nell’euforia più pura ma anche più insidiosa per la propria salute, la sola “virtù” dell’alcol mai messa in discussione dagli amanti del bicchiere e della bottiglia era la capacità di allontanare dalla mente i dolori e le pene sciogliendoli in una “sbronza” liberatoria.

Dimenticare o ricordare? - E invece, secondo alcuni studiosi statunitensi, anche questa antica leggenda andrebbe guardata con una certa cautela: perché bere non aiuterebbe affatto a dimenticare ma, anzi, un consumo di alcolici non moderato e prolungato nel tempo interferirebbe con i processi neuronali di rimozione dei ricordi traumatici. Numerosi studi in passato hanno già analizzato il rapporto tra i disturbi d’ansia e l’alcolismo, individuando in molti casi un legame forte tra i due fenomeni: nei casi di sindrome post-traumatica da stress, quando eventi catastrofici o fortemente significativi scatenano nell’individuo un dolore psicologico impossibile da elaborare senza un adeguato sostegno, «un grave abuso di alcol può indebolire il meccanismo cruciale per guarire da un trauma» costituendo, dunque, un ostacolo che impedisce alle memorie più indesiderate di allontanarsi silenziosamente.

L’esperimento - «Sostanzialmente, la nostra ricerca dimostra come una cronica esposizione all’alcol può causare un deficit nel controllo cognitivo del nostro cervello sulle emozioni» ha spiegato Thomas Kash, del dipartimento di farmacologia della University of North Carolina, tra i firmatari dell’articolo recentemente pubblicato dalla rivista Nature. Il lavoro, guidato dai ricercatori del National Institute of Alcohol Abuse and Alcoholism, si è avvalso di un esperimento effettuato su cavie da laboratorio: ad un gruppo di topolini è stato somministrato un discreto quantitativo di alcol. Dopodiché i ratti sono stati sottoposti, assieme ad altri “sobri”, ad una lieve scarica elettrica accompagnata da un breve rumore capace di suscitare spavento. Successivamente, quando il suono è stato ripetuto, questa volta senza scarica, le cavie alle quali gradualmente era stato sottratto l’alcol non avevano più paura, mentre i topolini ancora sotto effetto cronico risultavano più che mai traumatizzati, tanto da temere la scossa elettrica anche quando questa non c’era.

Conclusioni - Le successive analisi da parte dei ricercatori hanno inoltre evidenziato come la stessa struttura dei dendriti dei neuroni nella corteccia prefrontale (area del cervello deputata ad importanti funzioni cognitive) risultasse alterata nelle cavie a cui era stato somministrato l’alcol. L’osservazione diretta degli effetti della sindrome post-traumatica in associazione all’alcolismo potrebbe offrire nuove possibilità di sviluppo di farmaci in grado di intervenire sui pazienti con problemi riconducibili a queste sfere. Per tutti gli altri che non abusano gravemente della bottiglia, resta pur sempre importante ricordare che qualunque sia l’entità del trauma che si vuole affrontare (o meglio, non affrontare e rimuovere rapidamente), dal più tragico dei lutti alla più comune (e pur sempre dolorosa) fine di un lungo amore, volgersi il più possibile al di là del bicchiere, a dispetto di vecchi luoghi comuni, potrebbe essere il modo migliore per andare incontro alle angosciose esperienze che, talvolta, toccano in sorte: evitando che, nel tentativo di affrettarsi a dimenticare, si corra il rischio di non riuscire mai più a trovare scampo dai ricordi più infelici.

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