Rappresentano la testimonianza di quel "bisogno" profondo che da tempi immemori alberga nel cuore dell'uomo, muovendone spesso le scelte e le decisioni, quel che rimane del dialogo che si instaurava tra il divino (o il magico) e il comune mortale, attraverso il fumo dei sacrifici che si levava dalle are in direzione del cielo: sono i resti venuti alla luce grazie al lavoro degli archeologi della Missione dell'Università di Roma Sapienza diretta da Savino di Lernia che raccontano di pratiche rituali diffuse presso gli uomini che vissero settemila anni fa sull'altopiano del Messak, nella Libia sudoccidentale, in epoche remote in cui quelle terre erano ricche d'acqua e feconde di pascoli.

Sacrifici durante il neolitico – Un sito sul quale gli archeologi lavorano da anni e che è il primo a restituire con piena evidenza uno scenario contraddistinto da tre fondamentali elementi: la presenza di graffiti, di tracce organiche e di monumenti, parti indispensabili dell'apparato rituale. Gli scavi hanno consentito di rinvenire decine di strutture in pietra dalla forma circolare, molte delle quali adornate con graffiti raffiguranti bovini; all'interno di tali monumenti neolitici, gli studiosi hanno individuato residui di carcasse di buoi che, sottoposte ad accurate analisi archeozoologiche, avrebbero rivelato modalità e svolgimento di antichissimi riti a tutt'oggi osservati presso alcune popolazioni pastorali dell'Africa. Gli animali venivano prima sacrificati con delle asce, successivamente le loro carni macellate erano offerte in pasto ai presenti, infine i resti (per lo più ossa frantumate) venivano bruciati fino alla totale calcinazione.

Fotografie vecchie di migliaia di anni – Un racconto proveniente dal passato ricostruito non soltanto grazie alla perizia con la quale sono stati condotti gli esami sui reperti di origine organica ma che, soprattutto, trova conferma in quelle autentiche "fotografie" rinvenute nelle gallerie del Messak, straordinaria testimonianza dell'arte rupestre in cui ricorrenti sono le raffigurazioni di tori rappresentati rovesciati e circondati da uomini intenti a macellarne le carni. Attraverso le analisi degli isotopi di stronzio, carbonio e ossigeno condotte sullo smalto dentario dei bovini, è stato inoltre possibile tracciare con una certa precisione una mappa dei luoghi di provenienza e di pascolo degli animali, individuando le principali rotte della transumanza lungo le quali si muovevano gli uomini dell'antichità con il proprio bestiame.

graffiti

Celebrare il passaggio alla nuova stagione – È assai probabile che tali sacrifici avvenissero a conclusione dell'inverno – effettivamente, un elemento assai ricorrente in molte culture è la celebrazione della rinascita della natura, all'approssimarsi della buona stagione – come si evincerebbe anche dalla presenza di fiori primaverili che decoravano i bovini offerti in sacrificio. «Una delle cose più sorprendenti è la continuità di queste pratiche, che si ripetono uguali a loro stesse per un arco temporale di più di mille anni, datate al Carbonio 14 tra 5200 e 3900 anni avanti Cristo. Nei 30 monumenti che abbiamo indagato – su un totale di circa 200 che abbiamo censito con le rilevazioni satellitari – gli animali risultano uccisi nello stesso modo, con lo stesso tipo di asce che erano poi deposte nella stessa posizione, e spesso omaggiati con fiori» ha spiegato Savino di Lernia che, assieme ai suoi collaboratori, ha reso noti i risultati del lavoro della missione archeologica in un articolo pubblicato dalla rivista PLOS ONE