La minaccia dell'innalzamento dei mari come conseguenza diretta dello scioglimento dei ghiacciai è sempre stata presente tra le "raccomandazioni" che, negli ultimi decenni, un crescente numero di scienziati di tutto il mondo ha voluto dare a Paesi, governanti e popolazioni. Se ormai si può dire di aver raggiunto una quasi unanimità nel riconoscere come il riscaldamento globale stia facendo impazzire il clima dell'intero globo terrestre, l'aspetto riguardante più da vicino le calotte polari restava comunque meno noto, poiché non era del tutto chiaro quanto fossero instabili i candidi mantelli che ricoprono Artide ed Antartide. Attualmente, tuttavia, potremmo essere ormai costretti a cedere anche di fronte ad un'evidenza drammatica: i ghiacciai stanno scivolando sempre più verso il mare, ad un ritmo accelerato, frutto di una tendenza all'innalzamento delle temperature registrata soprattutto nell'ultimo decennio.

"Il punto di non ritorno"

L'allarme è stato lanciato da due studi svolti indipendentemente l'uno dall'altro i cui risultati sono stati resi noti in questi giorni: il primo si è avvalso della collaborazione dei ricercatori dell'università di Washington e verrà pubblicato da Science durante questa settimana; il secondo è frutto del lavoro degli esperti della NASA e della University of California presso Irvine, è stato presentato durante una conferenza e sarà divulgato attraverso la rivista Geophysical research letters. Entrambi concordano sul momento cruciale in cui si sta venendo a trovare in particolare l'Antartide, ultimo avamposto in un mondo non contaminato eppure, proprio in ragione di questa sua purezza originaria, estremamente fragile, un punto debole scoperto alle ingiurie di inquinamento ed effetto serra: lo scioglimento della calotta, ventilato come un'ipotesi spaventosa per anni, lì sta prendendo sempre più le forme liquide della realtà.

Ad essere interessata dal fenomeno è in particolare l'area occidentale, la West Antarctic Ice Sheet, la quale mostra segnali di declino irreversibile: è superfluo dire che non c'è nulla che, in alcun modo, potrebbe fermare tale processo. Le coste che si affacciano sullo specchio di mare intitolato a Roald Amundsen, l'esploratore norvegese che per primo raggiunse il Polo Sud poco più di un secolo fa, sembrano quindi destinate ad una rapida trasformazione nel futuro: ma questo sarebbe soltanto l'inizio del problema. Il ghiacciaio di Thwaites, da sempre considerato un "osservato speciale" proprio a causa del potenziale pericolo che rappresenterebbe per l'innalzamento del livello dei mari qualora scivolasse troppo rapidamente verso il mare, presenterebbe chiari sintomi di collasso.

Immagine NASAin foto: Immagine NASA

Ghiacciai in ritirata.

Il lavoro condotto dagli studiosi della NASA ha sfruttato i dati raccolti tra il 1992 e il 2011 dai satelliti European Earth Remote Sensing (ERS-1 e ERS-2) per mappare le linee di ritirata dei ghiacciai: il metodo dell'interferometria radar consente di ottenere misurazioni estremamente accurate dei movimenti terrestri che hanno permesso ai ricercatori guidati da Eric Rignot di individuare i punti in cui diversi ghiacciai dell'area hanno subito una diminuzione nell'altezza. I rilievi hanno permesso agli studiosi di fare anche delle previsioni che, benché poco precise, rappresentano quello che assai probabilmente diventerà il nostro Pianeta: la scomparsa di un solo ghiacciaio come quello di Thwaites porterà ad un innalzamento del livello dei mari superiore al metro nell'arco dei prossimi duecento anni. Se si pensa all'età della Terra, possiamo ben dire che si tratterà di un mutamento praticamente repentino ed improvviso: saremo disposti ad accoglierlo, per allora? E in quali altri modi, nel frattempo, il Pianeta mostrerà segnali di stress evidenti con tutte le relative conseguenze? Per il momento la sola cosa certa è che gli scienziati continueranno a tenere sotto controllo le calotte polari: ma non sarà soltanto lo sguardo ben puntato su di esse che impedirà al cambiamento climatico di avanzare.