Tra le varie patologie associate al consumo di pesce crudo o poco cotto, l'anisakidosi, conosciuta anche come anisakiasi o col nome popolare di “malattia del verme delle aringhe”, è una parassitosi innescata da vermi nematodi appartenenti al genere Anisakis. Benché sia possibile infettarsi con questi parassiti, l'uomo rappresenta soltanto un cosiddetto ospite accidentale, dato che il ciclo biologico dei vermi anisakis si chiude con i mammiferi marini, quali pinnipedi (foche e trichechi) e cetacei (balene, delfini, focene). Scopriamo le caratteristiche di questa peculiare infezione parassitaria, quali sono i responsabili, i sintomi, le terapie e come è possibile prevenirla.

Il ciclo biologico dell'anisakis.

Per comprendere meglio l'anisakidosi è doveroso conoscere il ciclo biologico dei vermi che la provocano. I loro ospiti definitivi, come specificato, sono i mammiferi marini, che ne rilasciano le uova in mare attraverso le feci. Una volta in acqua, le uova fecondate si trasformano nelle larve di tipo L2, che diventano nutrimento per i crostacei, come ad esempio il krill. Nei crostacei le larve raggiungono la fase L3, e quando vengono mangiati dai pesci o dai molluschi esse si annidano nel tratto digerente, passando da un animale all'altro attraverso la predazione. Il ciclo biologico si conclude (e riavvia) quando i pesci o i molluschi vengono divorati da un ospite definitivo, come ad esempio un delfino, tuttavia può essere colpito anche l'uomo se si consumano piatti di pesce infetto. Poiché la nostra specie è ospite accidentale, il verme nematode è destinato a morire nell'organismo, dunque non si rilasciano uova con le feci e la trasmissione tra uomo e uomo è impossibile, sebbene si possa andare incontro a diversi problemi di salute.

I responsabili della parassitosi.

Appartenenti alla famiglia Anisakidae, i vermi nematodi del genere Anisakis sono sottili, lunghi da 1 a 3 centimetri e il loro colore va dal bianco al rosato. Hanno un caratteristico dente cuticolare cefalico col quale provocano lesioni meccaniche. Le tre specie che interessano maggiormente l'essere umano sono Anisakis simplex simplex, Anisakis pegreffi e Anisakis simplex C. Fin quando il pesce/mollusco ospite è vivo le larve di anisakis permangono nel tratto gastroinstestinale, ma si spostano rapidamente nel tessuto muscolare non appena esso muore. Per questa ragione le tempistiche di eviscerazione del pesce appena pescato rappresentano un primo baluardo contro il potenziale rischio di infezione.

Sushi e altri piatti a rischio.

Il piatto di pesce crudo per eccellenza è il sushi di origine giapponese, ormai molto in voga anche nei paesi occidentali, ma additarlo come principale responsabile della anisakidosi non è corretto. Esistono infatti numerosi altri piatti a base di pesce poco cotto o crudo – come ad esempio il carpaccio della cucina mediterranea – in grado di innescare la parassitosi. Basti pensare che il primo caso clinico fu documentato nei Paesi Bassi, dove sono particolarmente apprezzate le aringhe marinate. A rischio vi sono anche piatti tipici della Corea, del Messico, della Thailandia e dei paesi scandinavi. Tra essi vi sono anche quelli a base di scarsa marinatura e affumicatura.

Conservazione e trattamento del pesce.

Per prevenire l'infezione risultano particolarmente efficaci il congelamento e un processo di cottura nel quale le viscere del pesce vengono portate a 60° centigradi per almeno un minuto. Per quanto concerne il congelamento, sono necessari almeno -18° centigradi per circa 7 giorni, una temperatura che non tutti i frigoriferi casalinghi riescono a raggiungere. Curiosamente, poiché alcune specie apprezzate (come il tonno) molto spesso sono di importazione, in Italia corriamo meno rischi di essere infettati dal nematode, proprio perché il pesce viene congelato durante il trasporto.

Sintomi e pericoli dell'anisakidosi.

Nel caso in cui si venisse colpiti dall'anisakis, solitamente le larve vengono espulse nell'arco di un paio di giorni, attraverso le feci o ad esempio il vomito, una delle reazioni possibili. Tra i primi sintomi vi può essere anche una sorta di sensazione di prurito in gola, legato ai movimenti delle larve vitali appena ingerite. È infatti possibile espellerle anche attraverso colpi di tosse. Nel caso esse riescano ad annidarsi nel tratto digerente (solitamente è una sola) possono comparire dolori addominali violenti, nausea, diarrea con perdita di sangue, orticaria e febbre leggera. Come specificato, le larve sono destinate a morire, tuttavia durante i giorni di sopravvivenza possono provocare vere e proprie lesioni, ‘scavate' dal caratteristico dente cuticolare. Queste ultime possono sfociare in complicazioni più o meno gravi come occlusioni, perforazioni intestinali e peritonite. Tra i rischi dell'anisakidiosi vi è anche una reazione allergica violenta, sino allo shock anafilattico, che può essere scatenato dalle sostanze chimiche rilasciate dal nematode nell'organismo.

Trattamento.

Generalmente l'anisakis viene espulso dopo un paio di giorni dall'ingestione, ma in caso di annidamento può essere necessario anche un intervento chirurgico per la rimozione, dopo averlo individuato attraverso una radiografia. In alcuni casi può essere rimosso anche con semplici pinze da biopsia attraverso una gastroscopia o una colonscopia. Può essere efficace anche un trattamento con il solo antiparassitario albendazolo.

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