Ingegneri del Glenn Research Centre di Cleveland, che fa capo alla NASA, hanno sviluppato circuiti elettrici in grado di resistere molto più a lungo alle condizioni estreme presenti sulla superficie di Venere; ciò permetterà la costruzione di sonde robotiche che potranno studiare meglio e più a fondo il criptico pianeta. Con una pressione 92 volte superiore a quella terreste e una temperatura che arriva a 462° centigradi, la superficie venusiana non solo è completamente inospitale per gli esseri umani, ma rende difficilissime anche le missioni di ricerca; basti pensare che il record di resistenza di un lander inviato sul pianeta, prima che ‘friggesse', è di appena due ore e sette minuti. Fu raggiunto il primo marzo 1982 dalla sonda sovietica ‘Venera 13', che in base ai calcoli avrebbe dovuto resistere appena 32 minuti.

A circa 35 anni da quella missione, gli scienziati hanno deciso che è giunto il momento di riprovarci ma con una tecnologia molto più avanzata e resistente. Dopo numerosi test, la scelta è ricaduta sul carburo di silicio o ‘carborundum', un composto la cui durezza elevatissima è a metà strada tra quella del corindone e del diamante. Benché presente in natura sotto forma di un rarissimo minerale chiamato miossanite, esso viene prodotto sinteticamente ed è perfetto per i chip che devono resistere a condizioni così stressanti. La corrosiva atmosfera di Venere, composta principalmente da anidride carbonica, ha una pressione paragonabile a quella che si sperimenta a 900 metri di profondità negli oceani.

Gli scienziati della NASA, coordinati dall'ingegnere elettronico Philip Neudeck, hanno testato i circuiti di carburo di silicio in una specie di forno chiamato Glenn Extreme Environments Rig (GEER), che simula le stesse, infernali condizioni presenti sul pianeta. I nuovi circuiti elettrici hanno resistito ben 521 ore, una durata circa cento volte superiore rispetto agli altri materiali testati negli ultimi anni. I dettagli del promettente studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata AIP Advances.

[Foto di Agenzia Spaziale Russa]