A qualcuno potrebbe venire la pelle d'oca; a qualcun altro, che magari ha già familiarizzato con le alghe come alimento grazie alla globalizzazione che ha portato presso le nostre città vere e proprie ondate di ristoranti giapponesi, resteranno delle forti e comprensibili riserve riguardo agli insetti. Le scelte a tavola, si sa, sono fortemente orientate dalla cultura di appartenenza; tuttavia, sapere in alcune aree di Asia ed Africa esistono popolazioni che si nutrono da secoli di termiti, locuste, grilli, vermi, ricevendone un ottimo apporto proteico e di calcio coniugato ad un basso contenuto di calorie, potrebbe non essere di alcun conforto a molti europei che, in futuro, potrebbero trovarsi a confrontarsi con questa nuova realtà.

Eppure era quasi prevedibile che la scienza, alla ricerca di innovative e risolutive iniziative per rimediare ai danni prodotti al pianeta da inquinamento incontrollato e sfruttamento scellerato delle risorse, sarebbe giunta alla fine a considerare anche queste ipotesi alternative: la «rivoluzione verde» che a partire dalla metà del secolo scorso ha portato modifiche profonde sulle tecniche agricole, ha dato sì dei buoni frutti ma ad un prezzo non indifferente. Se negli ultimi decenni la produzione di cibo è aumentata in maniera significativa, tale da far fronte ad un incremento della popolazione conseguenza anche dei progressi in campo medico che ci ha portato a sfondare il tetto dei sette miliardi, le risorse del sottosuolo e l'acqua sono state sfruttate ben oltre la soglia di tolleranza del nostro pianeta; e se, fino ad ora, il sistema è riuscito a reggere, per i futuri scenari in cui sulla Terra saremo nove miliardi è logico supporre che sarà necessario trovare delle nuove strade.

Già negli ultimi anni si è considerata con sempre maggiore insistenza l'ipotesi della carne in vitro, prodotta in laboratorio dalle cellule staminali; esperimenti in questo senso stanno diventando sempre più frequenti e le tecnologie vanno verso il perfezionamento con la promessa che, entro un paio d'anni, potremmo ritrovarci a mangiare hamburger e polli prodotti dalle mani di scienziati. Un'ipotesi del genere, tuttavia, non mancherebbe di suscitare lecite perplessità in buona parte dei consumatori; identico discorso per la carne clonata già commercializzabile senza obbligo di etichettatura (in seguito al fallimento dei negoziati tra Parlamento e consiglio UE, non esiste alcuna norma che regolamenti la circolazione di cibo proveniente dalla prole di mucche clonate) ma che, nonostante questo, susciterebbe un notevole diffidenza in chiunque se la ritrovasse consapevolmente nel proprio piatto.

E dunque, inevitabilmente, si torna verso «madre natura», guardando a quelle creature che, fino ad ora, non sono mai appartenute alla nostra alimentazione ma che, in un futuro non troppo lontano, potrebbero costituire un'ottima risorsa: in primo luogo le alghe. Organismi autotrofi e dalla struttura estremamente semplice, in grado di adattarsi alle condizioni ambientali più variabili, già utilizzate in molti settori e, recentemente, valutate come eccellente materia prima per una nuova generazione di biocarburanti  che non andrebbero a deforestare la superficie terrestre come è avvenuto molto spesso negli ultimi anni per le produzioni di mais, bietola, canna da zucchero, colza. Un giorno potrebbero diventare il nostro nuovo vegetale, quando la scarsezza di risorse idriche imporrà anche scelte radicali in questo verso.

Con gli insetti, comprensibilmente, le resistenze potrebbero essere maggiori a causa della ripugnanza che i piccoli animali suscitano in buona parte degli individui: l'Unione Europea e la FAO, tuttavia, ne raccomandano caldamente l'utilizzo in cucina, con la speranza che il consumo di carne possa un giorno scendere verso livelli maggiormente accettabili dall'intero ecosistema. Di positivo c'è che gli insetti necessitano di spazi estremamente ridotti, non delle fertili praterie su cui si allevano i bovini e, a differenza delle mucche, che con le proprie emissioni naturali sono responsabili di una percentuale dei gas serra che si aggira intorno al 20%, sono puliti, perché non inquinano, e, oltretutto, meno calorici per il nostro organismo: potrebbero essere allevati in enormi serre anche in zone aride del pianeta. Forse, nel 2050, potrebbero rendersi indispensabili con il deficit di risorse a cui abbiamo condannato il nostro pianeta: del resto quanti tra antropologi, esploratori e turisti con la passione per la sperimentazione li hanno assaggiati hanno sempre detto che ricordavano il gusto del pollo. L'importante, nel caso, è non pensarci.