La terapia ormonale, per il cambio di sesso, può provocare malattie cardiovascolari nelle donne transgender, portando i ricercatori a chiedersi se, un rischio così elevato per la salute, valga la pena. Vengono definiti transgender, tutte quelle persone che nascono con un'identità di genere diversa dal proprio sesso e si descrivono in base al genere (maschio, femmina) percepito e non quello biologico. Alcuni ricorrono ad una terapia ormonale cross-sex, ovvero assumo ormoni per compiere fisicamente la transizione che già vivono psichicamente. I ricercatori della Emory University e della Kaiser Permanente hanno studiato cartelle cliniche elettroniche di donne e uomini transgender, confrontandole con pazienti che non hanno affrontato la terapia ormonale e andando a cercare eventi cardiovascolari acuti.

Lo studio ha preso in esame le cartelle cliniche di 2842 donne transgender e 2118 di maschi transgender, con un follow-up (controllo medico) di 4,0 e 3,6 anni. Come controllo hanno abbinato questi 2 campioni ad altri 2 gruppi, per paragonare i dati raccolti, rispettivamente 48.686 uomini cisgender e 48.775 donne cisgender ("qualcuno a proprio agio con il genere che gli è stato assegnato alla nascita"). I dati raccolti hanno fatto emergere aumenti significativi di rischio.

  • I tassi di trombosi venosa nelle donne transgender sono quasi il doppio di quelli tra uomini e donne cisgender.
  • Le percentuali di ictus e infarto miocardico tra i transessuali erano superiori dell'80-90% rispetto a quelle osservate nelle donne cisgender, ma simili alle percentuali riscontrate negli uomini cisgender.
  • Gli aumenti dei tassi di trombosi e ictus sono stati più evidenti diversi anni dopo l'inizio della terapia con estrogeni.

Opinione dei medici. Secondo gli autori dello studio, la terapia ormonale cross-sex può aumentare il rischio di alcuni eventi vascolari tra le donne transgender "Mentre il nostro studio ha confermato i rischi elevati di alcuni eventi vascolari legati alla terapia ormonale, questi rischi devono essere valutati rispetto agli importanti benefici del trattamento", afferma Michael Goodman, MD, MPH, professore di epidemiologia e autore principale dello studio.