È dall’inizio della primavera che i cancelli di asili, elementari, medie, superiori e università di quasi tutto il mondo sono chiusi per rallentare la diffusione del Sars-Cov-2, il virus che causa Covid-19. Si stima che da aprile circa 1,5 miliardi gli studenti siano rimasti in casa nel rispetto delle decisioni dei diversi Governi tuttavia, ritengono gli esperti, i dati provenienti dai Paesi europei dove le lezioni sono riprese in presenza suggeriscono che il rischio di contagio per la comunità in generale è ridotto, almeno quando gli indici di trasmissione del virus sono ridotti. Risultati che 1.500 membri del Royal College of Paediatrics and Child Health (RCPCH), l’organizzazione professionale dei pediatri del Regno Unito, ha riassunto in una lettera aperta  ripresa anche dalla rivista specializzata Science, sollecitando le autorità “a pubblicare urgentemente piani chiari per riportare a scuola gli studenti. Senza tale azione – scrivono – gli effetti del coronavirus andranno ben oltre la pandemia stessa, limitando le possibilità di bambini e giovani per gli anni a venire”.

La scuola può riaprire in sicurezza?

La chiusura delle scuole starebbe dunque producendo più danni che benefici, in considerazione soprattutto del fatto che i più piccoli contraggono raramente l’infezione. Secondo Otto Helve, specialista in malattie infettive pediatriche della Finlandia che ha esaminato le strategie di riapertura, “con alcune modifiche delle routine quotidiana delle scuole – afferma alla CBC – i benefici della frequenza scolastica sembrano superare i rischi, almeno dove l’indice di contagio nelle comunità è basso e gli operatori sanitari si occupano rapidamente dei focolai”. I dati sulle riaperture in Finlandia, Sudafrica e Israele suggeriscono di mantenere gli studenti in piccoli gruppi, indossare la mascherina e rispettare il distanziamento sociale ma la riapertura in sicurezza, concordano gli esperti, non riguarda solo le modifiche apportate alla scuola ma anche la quantità di virus che circola nella comunità, aspetto che influenza la probabilità che studenti e docenti portino il virus nelle loro classi.

I bambini contraggono l’infezione?

Tra le diverse domande cui si prova a dare una risposta, c’è quale sia la frequenza di infezione tra più giovani. Diversi studi – riporta Science – hanno  indicato che le persone di età inferiore ai 18 anni hanno una probabilità compresa tra un terzo e la metà degli adulti di contrarre il virus, con un rischio più basso nei bambini più piccoli. Il motivo rimane oggetto di studio ma Arnaud Fontanet, l’epidemiologo dell'Istituto Pasteur che, insieme ai suoi colleghi, ha intrapreso un’indagine a Crépy-en-Valois, una cittadina di 15.000 abitanti alla periferia Nord di Parigi, ha indicato che l’età più giovane riduce il rischio di infezione e trasmissione. “I test sugli anticorpi hanno mostrato che il 38% degli alunni del liceo, il 43% degli insegnanti e il 59% del personale non insegnante erano stati contagiati. In sei scuole elementari, abbiamo invece trovato un totale di 3 bambini che avevano contratto il virus, probabilmente da uno dei membri della famiglia, e poi hanno frequentato la scuola mentre erano positivi”. Per quanto i ricercatori abbiano investigato, nessuno di questi bambini ha però trasmesso il virus ai contatti più stretti. “Il dato è ancora un po’ speculativo – hanno dichiarato i ricercatori dello studio in preprint su MedRxiv – , ma gli studenti delle scuole superiori devono stare molto più attenti. Sviluppano una malattia lieve, ma sono contagiosi”. I bambini di età inferiore a 11 o 12 anni, invece, “probabilmente non trasmettono bene il virus”. Sebbene a scuola stiano vicini l’uno all'altro, questo non è stato sufficiente”ad alimentare la diffusione”.

I più piccoli dovrebbero giocare insieme?

Ci deve essere un livello di rischio che siamo disposti a correre se un bambino è a scuola – afferma Kate Zinszer, epidemiologa dell’Università di Montreal, in Canada. Le scuole sono il luogo “dove i nostri bambini corrono, giocano e ridono e discutono tra loro. Devono tornare al più presto possibile a una sorta di sana normalità” ha dichiarato Russell Viner, presidente del RCPCH in una nota. Fin dallo scoppio dell’epidemia, alcuni Paesi europei hanno scommesso su filoni di ricerca che mostrano che è improbabile che i bambini diffondano il virus: nei Paesi Bassi il numero di banchi per classe è stato dimezzato ma agli studenti di età inferiore ai 12 anni non è stato imposto il distanziamento. In Danimarca, il primo Paese in Europa a riaprire le scuole, i bambini sono stati divisi in piccoli gruppi che potevano riunirsi durante la ricreazione, trovando anche il modo di assicurare loro spazi più ampi e frequente ricambio d’aria. La Finlandia, invece, ha mantenuto le normali dimensioni delle classi, impedendo però agli studenti di classi diverse di incontrarsi tra loro. Al contrario, in altre regioni del mondo, come nella provincia canadese del Quebec, sono stati stabiliti rigorosi piani di distanziamento sociale, permettendo ai bambini di socializzare liberamente in gruppi di 6, ciascuno ad almeno 1 metro di distanza dagli altri e a 2 dagli insegnanti.

Gli studenti devono indossare la mascherina?

A mio parere – ha affermato Susan Coffin, infettivologa dell’Ospedale pediatrico di Filadelfia – le mascherine fanno parte dell'equazione. I droplet (le goccioline respiratorie, ndr) sono una delle principali modalità di trasmissione del virus e indossare una maschera pone un barriera nel loro percorso”. In Cina, Corea del Sud, Giappone e Vietnam, dove le mascherine sono già ampiamente accettate e indossate durante la stagione influenzale, le scuole le richiedono a quasi tutti gli studenti e i loro insegnanti. La Cina consente agli studenti di rimuovere le mascherine solo a pranzo, quando i ragazzi sono separati da pareti in vetro o plastica. Altrove, come nelle scuole della Germania, gli studenti indossano la mascherina nei corridoi o nei bagni ma possono toglierla quando sono seduti ai loro banchi (distanziati tra loro). Anche l’Austria ha riaperto seguendo questo approccio ma, poche settimane dopo, ha allentato sull’uso delle mascherine per gli studenti in quanto le autorità avevano osservato una scarsa diffusione del virus interno delle scuole. In Canada, Danimarca, Norvegia, Regno Unito e Svezia, indossare la mascherina è stato invece facoltativo sia per gli studenti sia per il personale.

Cosa dovrebbe fare la scuola quando scoppia un focolaio?

Sulla gestione dell’eventuale emergenza, Science fa un passo indietro, glissando con una breve risposta: “Nessuno lo sa”. Questo è dovuto in gran parte alla mancanza di dati su quanti asintomatici ci possano essere quando uno o più casi vengono scoperti. “Chiudiamo semplicemente l'aula o chiudiamo l’intera scuola?” chiede Kathryn Edwards, specialista in malattie infettive pediatriche della Vanderbilt University School of Medicine che sta fornendo consulenza al sistema scolastico di Nashville, in Tennessee, che coinvolge circa 86mila alunni. Il suo gruppo di ricerca ha investigato sulla possibilità che gli studenti più giovani diffondano in misura minore il virus, trovando poco sulla modalità con cui le scuole hanno affrontato i focolai. Alcuni istituti hanno preferito isolare solo i contatti stretti, come accaduto in Germania, dove i compagni di classe e gli insegnanti di uno studente risultato positivo sono stati tenuti in quarantena per 2 settimane, mentre per gli altri le lezioni sono continuate. Altrove, invece, si è scelta la linea della cautela, come ad Israele, dove le scuole hanno chiuso per un singolo caso e sono stati testati e messi in quarantena i contatti stretti di ogni individuo infetto. “A metà giugno – ha dichiarato Efrat Aflalo, rappresentate del Ministero della Salute israeliano – , 503 studenti e 167 dipendenti erano stati positivi e 355 scuole sono state chiuse temporaneamente”.

Tamponi e test epidemiologici nelle scuole potrebbero aiutare le autorità a scegliere la politica più efficace. Il Governo del Regno Unito ha recentemente intrapreso un progetto di testing degli studenti e del personale delle scuole materne, elementari e secondarie per almeno 6 mesi sia per il virus sia per gli anticorpi, nel tentativo di mappare i modelli di trasmissione e la prevalenza virale. A Berlino, i ricercatori dell’ospedale universitario Charité hanno avviato uno studio in 24 scuole due settimane prima della pausa estiva — che testerà una coorte da 20 a 40 alunni e da 5 a 10 membri del personale di ogni scuola ogni 3 mesi per almeno 1 anno. Uno studio simile è partito questa settimana anche in 138 scuole materne e elementari della Baviera.

Gli studenti possono diffondere il virus nella comunità?

In uno studio su alcuni cluster di Covid-19 nel mondo, l’epidemiologo Gwen Knight della London School of Hygiene and Tropical Medicine e i suoi colleghi hanno raccolto alcuni dati prima che la maggior parte delle chiusure scolastiche diventasse effettiva. “Se le scuole fossero uno dei principali motori della diffusione virale – ha affermato Knight-  ci saremmo aspettati di trovare più cluster collegati alle scuole. Ma non è quello che abbiamo trovato. Tuttavia – prosegue – senza test diffusi sui giovani, che spesso non presentano sintomi, è difficile sapere con certezza quale ruolo possano svolgere le scuole”. Il timore di molti è che la ripresa delle attività scolastiche comporti un rischio maggiore per gli insegnanti, i familiari e la comunità in generale.

In Germania, riporta sempre Science, la percentuale di tutte le nuove infezioni che si sono verificate nei ragazzi di età inferiore ai 19 anni è aumentata da circa il 10% all’inizio di maggio, quando le scuole sono state riaperte, a quasi il 20% a fine giugno, ma test più diffusi e una diminuzione dei casi tra gli anziani potrebbero spiegare l’aumento osservato. In Israele, d’altra parte, le infezioni tra i bambini sono aumentate costantemente dopo l’apertura delle scuole, parallelamente a un aumento dei casi a livello nazionale, ma non è chiaro se il crescente indice di infezione registrato nel Paese abbia contribuito all’aumento del contagio all’interno delle scuole. “Cerchiamo di concentrare la ricerca epidemiologica e di trovare l’origine del contagio, ma è difficile – ha aggiunto Aflalo – . In questo momento non possiamo dire che la crescita dei contagi sia dovuta a un motivo o ad un altro”. La ricerca, in ogni caso continuerà. “La raccolta di dati dagli studenti comporta livelli di complessità oltre a quelli della ricerca pediatrica tradizionale. A parte chiedere il consenso di genitori e alunni, spesso richiede il consenso di insegnanti e amministratori scolastici che sono già travolti dalla nuova realtà. L’integrazione della ricerca – l’unico modo sicuro per valutare il successo delle loro varie strategie, conclude Edwards – potrebbe voler dire chiedere troppo”.