Nel 1977 partì dalla Terra per indagare i segreti dei giganti gassosi e le frontiere più estreme del Sistema Solare. Ora, dopo 35 anni di onorato servizio, la sonda Voyager 1 lanciata dalla NASA è ancora attiva e continua a trasmettere i suoi dati alla Terra. La loro analisi ha portato gli esperti ad annunciare alcuni giorni fa che la sonda sta per varcare i confini del Sistema Solare per diventare il primo manufatto umano a penetrare gli abissi misteriosi dello spazio interstellare.

Rotta verso l'ignoto.

Da alcune settimane, infatti, il numero di raggi cosmici che colpisce il Voyager ha cominciato drasticamente a calare. Provenienti dal Sole, queste radiazioni si estendono molto al di là delle orbite dei pianeti del nostro sistema. La sonda si trova infatti ora a 18 miliardi di chilometri dal Sole, cioè a una distanza 94 volte superiore a quella che divide la Terra dalla nostra stella. Qualche anno fa la NASA aveva annunciato che il Voyager aveva oltrepassato l’eliosfera, la vasta zona caratterizzata dalla presenza del vento solare, ed era entrata nell’eliopausa, dove l’ultimo vagito del Sole, sotto forma di raggi cosmici, comincia lentamente a spegnersi. Quanto sia estesa ancora non si sa, ma ora i dati dimostrano che la sonda si trova proprio ai confini di questa zona. È qui che si trovano le Colonne d’Ercole del Sistema Solare, superate le quali si aprono gli sconfinati orizzonti dello spazio interstellare, i bui abissi che separano le stelle l’une dalle altre.

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Partito il 5 settembre 1977, un mese dopo il Voyager 2, che paradossalmente l’aveva anticipato, Voyager 1 fu l’ultima di un totale di quattro sonde pensate dalla NASA per sfruttare un raro allineamento della Terra con i grandi pianeti gassosi che si verifica ogni 176 anni. Le prime due a partire furono Pioneer 10 e Pioneer 11, rispettivamente nel 1972 e ’73, che dimostrarono di poter superare indenni la fascia di asteroidi tra Marte e Giove (all’epoca non si sapeva che le distanze tra gli asteroidi erano sufficientemente ampie da non costituire un problema) e di sopravvivere alla forte esposizione ai raggi cosmici. A quel punto il cosiddetto “Grand Tour” terminò con il lancio, nel ’77, delle due sonde Voyager. L’allineamento era tale da permettere di raggiungere Nettuno, il pianeta più lontano dal Sole, in appena 12 anni piuttosto che in 30. Così, il 25 agosto 1989, Voyager 2 sfiorò Nettuno e scoprì le nuove lune di quel lontano pianeta.

I risultati ottenuti dalle quattro sonde sono troppi per poterli riassumere. Giove fu per la prima volta studiato in dettaglio, si scoprì che possedeva anch’esso anelli come Saturno, e di entrambi i giganti del Sistema Solare fu possibile anche scoprire gli straordinari fenomeni di alcuni loro satelliti, come Europa, Io, Encelando, Titano, che oggi sono oggetto di studi più approfonditi da parte di una nuova generazione di sonde. Pioneer 10 fu la prima sonda a uscire dal Sistema Solare, ma sia questa che la sua sorella minore, Pioneer 11, sono state superate dalle più veloci sonde Voyager. Queste ultime, al loro interno, custodiscono un disco d’oro con incise le istruzioni per essere letto, scritte con il linguaggio universale della scienza. Se un giorno una civiltà intelligente si imbattesse in questi dischi, potrebbe ascoltare le parole di pace del presidente americano Carter, insieme a tanti suoni della Terra: il pianto di un bambino, il canto di una balena, saluti nelle lingue di tutto il mondo, brani musicali delle tradizioni del nostro pianeta.

Destinazione stelle.

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“E’ tutto molto eccitante, siamo ai confini del Sistema Solare e le cose stanno cambiando molto velocemente”, ha commentato Ed Stone, capo del progetto Voyager alla NASA. I dati dimostrano che Voyager 1 “non è più nel Kansas”, per usare le parole del Mago di Oz, ma è ormai entrato in una nuova dimensione dell’esplorazione spaziale. Tre miliardi di chilometri più indietro, anche Voyager 2 continua la sua corsa verso lo spazio interstellare. Le comunicazioni tra il Voyager 1 e la Terra hanno, attualmente, un ritardo di 16 ore: tanto impiegano le trasmissioni, sotto forma di radiazione elettromagnetica, a colmare la distanza alla velocità della luce. La potente trasmittente e la grossa parabola di ricezione del Voyager continuano a funzionare, insieme agli altri strumenti di analisi scientifica, grazie all’energia derivata da una piccola quantità di isotopo radioattivo plutonio-238.

Il Deep Space Network della NASA, che consiste in una serie di potenti radioricevitori a supporto delle sonde lanciate nel Sistema Solare, continuerà a ricevere i dati del Voyager 1 almeno fino al 2020, se le cose continuano ad andar bene. Dopodiché, la sonda finirà l’energia necessaria per trasmettere e calerà il silenzio; ma, nel vuoto cosmico, il Voyager continuerà il suo viaggio alla deriva, finché un giorno, tra 40.000 anni, forse solo un po’ acciaccato dall’età, sarà attirato dalla gravità di un’altra stella e inizierà a orbitare intorno a un nuovo sole, dove porterà il messaggio di pace dell’umanità, come una bottiglia di vetro arenata su una spiaggia.