In Italia, nel 2015, abbiamo sperimentato su 581.935 animali. Un cifra in calo rispetto al 2014, quando gli animali furono 691.666. Mentre tra i ricercatori c'è chi si schiera contro l'utilizzo di test inutilmente crudeli, pur difendendo la sperimentazione animale quando necessaria (come previsto anche dalla legge), c'è chi invece chiede maggiori investimenti nel settore dei metodi alternativi che, invece, non richiedono l'utilizzo di esseri viventi.

Sempre più cani. Il dato in aumento che forse può lasciare più perplessi è quello che riguarda i cani: sono infatti sempre di più i migliori amici dell'uomo utilizzati nei laboratori del nostro Paese. Come fa sapere il Ministero della Salute, nel 2015 sono stati 540 i cani rinchiusi e sottoposti a procedure dolorose, nel 2014 erano stati 191: insomma, quasi il triplo in un anno. “Un dato rilevante per il nostro Paese che, rispetto all’allevamento di cani da destinare alla sperimentazione animale, rischia un dietrofront del Governo che potrebbe cancellare i piccoli, ma importanti, miglioramenti introdotti in Italia – spiega la LAV – adeguandosi a un testo fotocopia della famigerata direttiva europea, con il rischio di veder riaprire le porte di allevamenti-lager, come quello di Green Hill. Gran parte dei cani utilizzati, oltre il 65%, provengono da allevamenti al di fuori dell’UE: animali condizionati, tatuati e spediti come oggetti dagli allevamenti verso i laboratori di tutto il mondo”.

I preferiti. Gli animali ‘preferiti' per la sperimentazione sono i topi, 373.483. Ogni giorno vengono pubblicate scoperte scientifiche i cui risultati sono stati ottenuti su questi animali e che solo nel 5% dei casi hanno poi validità sull'essere umano. Cresce il numero di conigli (da 7.059 a 8.837), di suini (da 1.541 a 1.681) e di ovini (da 74 a 165).

Dalla libertà ai laboratori. Diminuisce il numero dei macachi che, in alcuni casi, spiega la LAV, “subiscono anche la sofferenza della cattura in natura: i primati continuano a essere tristemente importati da Paesi “problematici” e senza seri controlli. Infatti il 50% proviene dall’Asia e il 48% dall’Africa”.