I ricercatori sottolineano l’importanza della prevenzione della sepsi, conosciuta più come setticemia,  che provoca la morte di una persona ogni tre secondi. Prevenzione è il termine corretto poiché si tratta di una condizione evitabile che colpisce centinaia di migliaia di persone, in particolare anziani o soggetti immunocompressi, e consiste in una reazione immunitaria spropositata. A livello globale il numero di pazienti si aggira intorno ai 30 milioni, di cui 6 sono neonati o bimbi piccoli, mentre 100.000 sono le neo mamme.

Quando parliamo di sepsi, spiegano gli scienziati, ci riferiamo ad una condizione più comune degli infarti che si presenta troppo spesso tra i pazienti che si trovano in ospedale presso le Unità di Terapia Intensiva (UTI), anche se è frequente il ricovero in queste unità proprio a causa della sepsi. Secondo i dati dell’Associazione microbiologi italiani (Amcli), al mondo circa un terzo dei pazienti in terapia intensiva è affetto da setticemia.

La sepsi, oltre ad essere particolarmente diffusa, ha anche un alto rischio di mortalità, secondo i calcoli, entro il 2020, circa il 20% delle persone colpite non supererà l’infezione e i ricoveri sono in continuo aumento, il doppio negli ultimi 10 anni. “In Italia sono 250mila i casi di sepsi l'anno, ma la consapevolezza è ancora scarsa – spiega Gabriele Sganga, docente dell'Istituto di Clinica chirurgica e direttore del Master "Sepsi in Chirurgia" dell'Universita' Cattolica del Sacro Cuore di Roma – dal 2000 al 2010 l'incidenza di sepsi è aumentata del 108% (più che raddoppiata)”.

Appare dunque evidente quanto sia importante ridurre al minimo il rischio di contagio ed intervenire per tempo attraverso adeguate cure antibiotiche. Quanto ai sintomi, i più evidenti sono febbre, ipotermia, frequenza cardiaca elevata, edema, stato confusionale ed infine shock.