Un team internazionale di astronomi coordinato dall'Università di Lehigh (Pennsylvania) ha scoperto quello che è stato definito l'esopianeta “di polistirolo”, a causa delle sue peculiari caratteristiche di densità e massa. Sito a 320 anni luce dal nostro Sistema solare, Kelt-11b, questo il suo nome, ha infatti un diametro che è circa il 40 percento più grande di quello di Giove, ma possiede soltanto un quinto della sua massa: il risultato è un vero e proprio “pallone gonfiato”, con una densità assimilabile a quella del polistirolo. Un altro dettaglio interessante di questo peculiare gigante gassoso risiede nella colonna di gas della sua atmosfera, che si erge all'incredibile altezza di quasi 3mila chilometri.

Come suggerisce il nome, l'esopianeta è stato individuato (nel 2016) grazie al telescopio Kilodegree Extremely Little Telescope (KELT) attraverso la tecnica del transito, un metodo collaudatissimo che permette di scoprire gli esopianeti misurando le variazioni luminose sulla stella di riferimento, prodotte dal passaggio orbitale. La tecnica è divenuta celebre con la presentazione della NASA del sistema di Trappist-1, con i suoi pianeti nella fascia abitabile e potenzialmente accoglienti per la nostra specie. In realtà il KELT è composto da due distinti telescopi, il Nord e il Sud, che dall'Arizona e dal Sud Africa lavorano in sinergia scandagliando il cielo, occupandosi di ben cinque milioni di stelle.

La stella attorno alla quale orbita Kelt-11b, ovvero Kelt-11, si sta trasformando in una gigante rossa, e a causa dei processi nucleari in atto non lascerà scampo al bizzarro “esopianeta di polistirolo”: secondo gli astronomi, coordinati dal professor Joshua Pepper, entro 100 milioni di anni verrà letteralmente inghiottito dall'espansione della stella. Esso infatti ha un'orbita molto ravvicinata e impiega poco meno di cinque giorni per concludere l'intero percorso. L'importanza di Kelt-11b, scoperto anche grazie alla collaborazione di privati cittadini che hanno analizzato le immagini dei due telescopi, risiede soprattutto nella sua atmosfera, le cui analisi permetteranno agli astronomi di valutare meglio i pianeti potenzialmente abitabili. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica specializzata The Astronomical Journal.

[Illustrazione di Walter Robinson/Lehigh University]