La conoscenza delle cause e la messa a punto di nuove strategie terapeutiche per la sclerosi multipla costituiscono una delle fondamentali sfide per la medicina contemporanea: con 2.5/3 milioni di individui affetti nel mondo – circa 68.000 dei quali in Italia – la malattia autoimmune continua ad essere un campo di ricerca di primissimo piano per gli studiosi. La scienza, tuttavia, procede a piccoli passi, non inseguendo i facili miraggi di terapie miracolose e, dunque, necessita del proprio legittimo tempo, contrariamente a quanto lasciano sperare, troppo spesso, ingannevoli cure vendute alle stregua di elisir di lunga vita con tanto di slogan pubblicitari. E proprio uno di questi piccoli passi (per la verità, neanche tanto piccolo), il più recente, porta la firma degli studiosi italiani dell'Istituto scientifico San Raffaele di Milano che hanno collaborato con i colleghi dell'Università Statale di Milano, sotto la guida di Gianvito Martino ed Elena Cattaneo ad un lavoro i cui incoraggianti risultati sono stati resi noti in un paper pubblicato da Nature.

Trasformare le cellule della pelle prima in cellule staminali pluripotenti e, successivamente, portarle allo stadio di precursori dei neuroni: questa la strada provata dai ricercatori allo scopo di ridurre i danni alla mielina, la "guaina" che riveste gli assoni dei neuroni e che viene alterata irreversibilmente nella sua funzionalità dalla sclerosi multipla, compromettendo quindi di fatto la comunicazione tra cervello e midollo spinale. Lo studio avrebbe dimostrato come una ricostituzione sembrerebbe possibile, aprendo così alla possibilità di alleviare i sintomi della malattia, attraverso una terapia mirata sul paziente. Certo, va sottolineato come il lavoro sia ancora ad una fase di sperimentazione su modello animale: il metodo potrebbe essere applicato sull'uomo e, magari, garantire gli stessi sorprendenti effetti rilevati durante lo studio, ma la cautela in questi casi è sempre d'obbligo.

La tecnica di riprogrammazione cellulare, utilizzata in questo caso su topi di laboratorio affetti dalla variante murina della sclerosi multipla, costituisce l’orizzonte al quale la ricerca in generale guarda con maggiore interesse per la cura di numerose patologie. Effettivamente, gli studiosi hanno rilevato come il trapianto sembri in grado di ridurre il danno mielinico, favorendo al contempo il recupero della guaina: questo accade grazie alla presenza di una molecola che viene secreta dalle cellule progenitrici dei neuroni. In precedenza si erano già osservati i buoni risultati ottenuti grazie a delle staminali fetali ma l'operazione di impianto esponeva il paziente al rischio di rigetto, costringendo così al ricorso a terapie immunosoppressive: tale rischio non sussiste con il staminali pluripotenti. La scienza conosce già il potenziale delle cellule staminali pluripotenti indotte che, presumibilmente, costituiranno il punto di partenza di tutta la medicina del futuro; l'assegnazione del Nobel a Shinya Yamanaka e John B. Gurdon nel 2012 ha reso le iPSC note anche ai meno esperti. Il massimo aspetto positivo dell'applicazione della tecnica nella cura della sclerosi risiede nella possibilità di intervenire non soltanto in fase di prevenzione ma anche quando la malattia inizia già a manifestarsi nei suoi sintomi: difficile dire quanto bisognerà aspettare per questo, anche se ormai è certo che la scienza non ha intenzione di abbandonare la sua grande sfida dei prossimi anni.