Sperimentare sugli animali è fondamentale per sviluppare nuovi farmaci e per scoprire come combattere le malattie: questo è ciò che ci viene detto da circa 100 anni, ma quanto c'è di scientifico in questa affermazione? E quanto è davvero indispensabile la sperimentazione animale? Esistono metodi alternativi che non utilizzano gli animali? Scopriamo insieme le 7 cose da sapere sulla sperimentazione.

Perché utilizziamo gli animali.

L'utilizzo degli animali per la sperimentazione è nato dalla necessità di scoprire il funzionamento degli organismi unito al fatto che non fosse possibile farlo analizzando direttamente l'essere umano in quanto la Chiesa aveva vietato l’uso dei cadaveri. I primi test risalgono già alla Grecia antica, ma la sperimentazione come modello di riferimento si affermò all’inizio del ‘900 quando, come ci spiega Michela Kuan, Responsabile nazionale Area ricerca senza animali LAV, "un nuovo antibiotico disciolto in una sostanza chimica, il diethilene glycol, provocò la morte di 107 persone, quindi gli scienziati somministrarono il farmaco ad alcuni animali e anche questi morirono. Fu una coincidenza, che non provava affatto che tutte le specie animali reagiscono allo stesso modo a tutte le sostanze chimiche, ma nel 1938 il Congresso americano approvò una legge che impegnava le case farmaceutiche a provare la sicurezza dei propri prodotti testandoli su animali".

La sperimentazione animale è scientificamente dimostrata?

Perché contrastare la sperimentazione animale se ci permette di avere i farmaci che ci curano? La risposta a questa domanda la troviamo nel fatto che la sperimentazione animale, come ci spiega Michela Kuan “non è mai stata scientificamente dimostrata”. Questo cosa significa? Significa che non ci sono studi che abbiano dimostrato realmente l'efficacia dei test sugli animali. Come affermato anche all'interno dello studio della Yale School of Medicine, intitolato “Where Is the Evidence That Animal Research Benefits Humans?” e pubblicato su BMJ: “Esistono pochi metodi in grado di valutare la rilevanza clinica o l'importanza della ricerca animale e quindi il suo contributo clinico resta incerto”. A conferma di questo c'è anche il fatto che oltre il 95% dei test effettuati su animali non sono attendibili sugli esseri umani.

Se non sperimentiamo sugli animali allora dobbiamo sperimentare sull'uomo.

Rinunciare alla sperimentazione animale significa dover sperimentare sulle persone? Quello che forse non tutti sanno è che qualsiasi prodotto testato sugli animali, prima di essere messo in commercio, deve, per legge, passare la sperimentazione clinica sugli umani. Come già visto in passato, l'iter della sperimentazione prevede che, ad esempio, la molecola approvata in seguito alla sperimentazione animale debba essere testata sulle persone in più fasi prima di ottenere l'autorizzazione dell'immissione sul mercato. Insomma, sperimentiamo già sull'essere umano ed è obbligatorio proprio perché il passaggio sulle cavie "non è sicuro e predittivo".

Cosa si intende per metodi sostitutivi.

Se è vero che sperimentiamo già sugli esseri umani, è vero anche che per arrivare ai test in vivo sulle persone bisogna passare prima dalla validazione su animali. La domanda è dunque: è possibile evitare questo passaggio e sostituirlo con altro? Qui entrano in ballo i metodi sostitutivi o alternativi. Come spiega il nostro ministero della salute, i metodi alternativi sono quelle “procedure adottate allo scopo di ridurre l’uso di animali, di sostituirli completamente nella sperimentazione, ma anche di limitarne o eliminarne le sofferenze”. Insomma, in senso stretto non si intende sempre e comunque l'assenza dell'animale, che è però l'obiettivo ultimo. I metodi alternativi, per essere considerati tali, devono basarsi su tre concetti metodologici detti “3R”

Refinement: Raffinamento delle condizioni sperimentali per ridurre al massimo la sofferenza provocata all’animale;

Reduction: Riduzione del numero di animali utilizzati, tale comunque da ottenere una quantità di dati statisticamente significativa;

Replacement: completa sostituzione degli animali con metodi alternativi come scopo finale”.

Quali sono i metodi sostitutivi.

I metodi che sostituiscono realmente gli animali sono quelli che si basano su modelli di uomo semplificati quindi, come ci spiega la LAV

modelli informatici
  analisi chimiche
  indagini statistiche (come l’epidemiologia e la metanalisi)
  organi bioartificiali
  microchip al DNA
  microcircuiti con cellule umane
  colture cellulari e tissutali

In pratica si tratta di una strategia integrata di test che utilizza cellule umane (in vitro), che ne simulano gli effetti a computer e su chip che riproducono, in piccolo, i nostri organi.

I metodi sostitutivi sono scientificamente dimostrati.

Come previsto dalla Direttiva n. 2010/63/UE, i metodi che non prevedono animali possono essere utilizzati sono se “preventivamente approvati dalla legislazione europea attraverso un preciso iter di validazione, nel quale concorrono soggetti diversi” e l'organo deputato a questa validazione, in Europa, è l'EURL-ECVAM. Essere considerati validi significa essere scientificamente dimostrati, attendibili e standardizzati per tutti i laboratori del mondo.

I metodi sostitutivi costano di più.

I metodi alternativi sono considerati più cari, ma è vero? Ni. Ad oggi questi metodi risultano costosi poiché richiedono la costruzione di laboratori specializzati, la formazione di scienziati e la distruzione e smaltimento dei vecchi stabulatori (i luoghi in cui cioè si sperimenta sugli animali). Per decenni infatti il nostro Paese, così come altri, ha investito in formazione di scienziati “pro sperimentazione animale” e nella realizzazione di laboratori specifici. In futuro, se dovessi continuare ad investire in metodi alternativi, questi risulteranno oltre che etici, meno costosi e più rapidi e meno pericolosi.

Il dibattito sperimentazione animale vs metodi sostitutivi senza animali è ancora aperto per questo è fondamentale conoscere entrambe le parti. Quel che è certo è negli stabulari ci sono animali sui quali continuiamo a sperimentare. Alcuni di loro sono però stati salvati, come dimostra la campagna LAV per la salvaguardia dei 16 macachi da laboratorio che adesso si trovano nel Centro di Recupero di Semproniano di Grosseto dove si trovano ormai da qualche mese.