Mercoledì scorso il lander Philae appartenente alla sonda Rosetta è atterrato sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko. Un avvenimento storico, mai prima d'ora una sonda era riuscita nell'impresa di "agganciare" una cometa. Ci sono voluti 10 anni di inseguimento ma alla fine, alle 17.12 locali, l’annuncio che ha confermato il successo dell’operazione ha sollevato urla e applausi di gioia: i piedi del lander si sono posati sulla superficie della cometa.
Philae ora è entrato in stato di ibernazione a causa di alcuni problemi avuti al momento dell'atterraggio, i quali lo hanno portato ad esaurire l'energia e a dover attendere l'arrivo di altra luce solare per poter caricare le sue batterie. Nel frattempo, però, la sonda è riuscita a trasmettere i primi importantissimi dati dalla superficie della cometa. Un elemento che non va preso alla leggera. Il ruolo delle comete nello studio dell'universo è enorme e grazie ad esse potremmo avere accesso ad informazioni prima impossibili da ottenere. Questo perché si tratta di alcuni dei corpi celesti più antichi presenti nelle profondità dello spazio e per questo incredibilmente preziosi dal punto di vista scientifico: essi trasportano dati fondamentali per studiare l'origine e l'evoluzione del nostro sistema solare.

Eppure, quando sia parla di esplorazione spaziale, l'unica frase ricorrente nei discorsi dei non addetti ai lavori è: "Ma quanto ci costa?". Qualche settimana fa, nel corso di una conferenza stampa, Eugene Cernan, l'ultimo uomo ad aver messo piede sulla Luna, ha affermato che "negli anni '70 i problemi sulla terra erano diventati più importanti rispetto all'esplorazione dello spazio". Non c'era più tempo di sognare, non c'erano più soldi per mandare gli uomini nello spazio. Da quel momento l'umanità si è limitata ad osservare, studiare e analizzare l'infinità che ci circonda.
Eppure ora qualcosa si sta muovendo, la NASA si fa sempre più intraprendente, le compagnie private stanno progettando nuovi veicoli per portare gli uomini nello spazio e le conquiste in questo campo si fanno sempre più fitte. Negli ultimi due anni abbiamo fatto atterrare una sonda su Marte e una su una cometa. Due successi enormi per la ricerca. Eppure… "Ma quanto ci costa?".

La scarsa capacità di capire l'importanza di queste scoperte, non solo per la "gloria" di aver messo piede su un nuovo corpo celeste, è stata riassunta perfettamente dal tristemente noto servizio del TG4 andato in onda negli scorsi giorni. "Un sasso polveroso, un sasso e nulla più" ha commentato il giornalista Mario Buffa, autore del servizio "I costi della ricerca e della spedizione – 1,3 miliardi di dollari se si contano le spese totali degli ultimi dieci anni – sono francamente troppi per un reperto archeologico dell’universo".
Eppure quel "reperto archeologico" può spiegare molto. Può spiegare tutto. Sul nostro pianeta e sul sistema solare, persino su di noi. Ed è proprio questo il punto, l'esplorazione spaziale non è una mera gara di conquista né un'operazione per piantare la bandiera di un paese su più superfici possibili. È ricerca, pura e semplice. Sulla materia che ha dato origine a tutto.

Da decenni però i costi e le energie utilizzate per mandare sonde e uomini nello spazio sollevano numerosi dubbi nella popolazione; perché concentrarsi sulla spazio quando sulla terra abbiamo così tanti problemi? Nel 1970 se l'è chiesto anche suor Maria Gioconda, volontaria in Zambia.
In una lettera, scritta all'allora direttore della NASA Ernst Stuhlinger, la suora domandava proprio questo: perché mandiamo uomini nello spazio quando qui milioni di persone muoiono di fame? La risposta di Stuhlinger – che vi riportiamo grazie alla traduzione de Il Post – è lunga e dettagliata, ma spiega perfettamente perché è così importante alzare gli occhi al cielo non solo per sognare, ma anche per capire che la nostra terra è "una bellissima e preziosa isola sospesa nel vuoto, e che non c’è altro posto per noi in cui vivere se non il sottile strato di superficie del nostro Pianeta, circondato dal nulla scuro dello spazio".